Momentos del Espíritu / La missione ecclesiale di Benedetta Bianchi Porro


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La missione ecclesiale di Benedetta Bianchi Porro

 

È passato poco più di un decennio dalla sua giovane morte e già la Chiesa ha introdotto la Causa della sua Beatificazione avviandola nel firmamento delle luci di speranza del nostro tempo. Singolare la sua breve esistenza, segnata dalla croce quasi dal suo nascere: assetata di vita e di gioia, dotata di una penetrazione di cose e persone quasi fulminea, anelante ad essere tutta per gli altri per alleviare il dolore del mondo, Benedetta è stata indirizzata d'impeto e senza soste nel tunnel del dolore da una Mano invisibile di cui lei accetta senza esitazione la guida e non teme, sia pur tremante, la solitudine e il martirio che non le concede soste.

Oggi la conoscono personaggi che brillano nel mondo delle lettere e delle arti: essi testimoniano il misterioso struggente fascino dei suoi scritti, distribuiti ai quattro punti dell'orizzonte, del dolore che morde i corpi e dell'angoscia del dubbio che rode l'anima di tanti contemporanei. Il suo volto, dall'atteggiamento intenso e profondo, com'è stato colto dall'Annigoni, sprigiona riflessione e consolazione: quasi un richiamo a quel mondo che non passa ed una certezza di approdo alla sponda di una sicura salvezza, la breve giornata della sua vita fu di un'intensità folgorante che è tanto sorprendente in quanto Benedetta visse nel mondo ordinario della famiglia e degli studi, in apparenza come qualsiasi ragazza del nostro tempo. Il mistero di dolore e di amore che essa, docile e fremente, veniva consumando, fu noto a pochi: ai familiari che l'assistevano, ad alcuni compagni di viaggio nella selva oscura del dolore che ella - tramite specialmente la buona mamma - rag­giungeva con la veemenza della sua luce e consolazione. Benedetta appartiene a quella costellazione di anime che Dio vuole siano testimoni all'uomo contemporaneo dell'efficacia salvifica della Croce di Cristo e della realtà del mondo soprannaturale per dissipare e vincere i miti antichi e nuovi che si ostinano a celebrare e a battagliarsi per i beni umbratili di Babilonia.

Per la sua breve giornata terrena, bastino pochi dati biografici. Nasce a Dovadola presso Forlì l'8 agosto 1936, dove trascorre i primi anni: menomata ancor piccina dalla poliomielite ad una gamba, reagì con forza d'animo indomito, primeggiando con l'energia dell'intelligenza e trasfigurando questa sua superiorità in una cre­scente gentilezza d'animo e dedizione per gli altri. All'inizio del liceo si manifestano i primi sintomi, sordità e atrofia alle gambe, di una oscura e terribile malattia - una neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen che essa sola, come abbiamo notato, riuscirà a diagnosticare - la quale privandola, uno per uno, di tutti i sensi le lascerà soltanto lo spiraglio del tatto della mano destra e del volto sui quali captava i messaggi del mondo che la buona mamma le trasmetteva con segni tattili.

Nel '53 si era iscritta, per compiacere il padre, alla Facoltà di Fisica dell'Università di Milano, ma passò ben presto alla Facoltà di Medicina col fermo proposito: «Avevo sognato sempre di diventare medico, voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini». In una situazione disperata e compromessa dalla crescente menomazione fisica, che non ha forse riscontro nella vita universitaria, Benedetta giunge fra atroci sofferenze fisiche e morali all'esame di igiene, l'ultimo, che il professore - quasi atterrito forse più che sdegnato - non le permette di superare.

Intanto continuava il calvario della malattia che faceva il suo corso inesorabile: passa di clinica in clinica, da operazione ad operazione: una operazione al cervello la lascia semi paralizzata, per lesione del nervo facciale. Confessa alla mamma: «Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliavano la lana e pregavo il Signore perché mi facesse forte e piccola. Il Signore, mamma, vuole da noi grandi cose. Ho sofferto tanto e ho domandato al Signore di essere una pecorella nelle Sue mani».

Questo il 27 giugno del '57. Il 7 agosto del '59 è operata alla colonna vertebrale e resta totalmente paralizzata ma l'anima s'innalza a volo e confessa all'amica Maria Grazia: «Quanto a me faccio la vita di sempre; eppure mi sembra così completa! È però vero che la vita in sé e per sé mi sembra un miracolo. E vorrei innalzare un inno di lode a chi me l'ha data. Come vorrei farti capire quello che provo!». Il 17 ottobre del '62 le vengono asportati tutti i denti. Il 27' febbraio del '63 è il giorno delle Ceneri e dell'ultima operazione al cervello e perde la vista ed incarica un'amica di comunicarlo alla mamma: «Dica lei alla mamma che da cinque ore ho perso la vista». E la mamma così descriveva nel maggio di quel 1963 a Suor Alberta che fu maestra di Benedetta nella IV e V elementare, la nuova vita della figlia: «Benedetta è immobile a letto, da tempo sorda, cieca, paralizzata quasi completamente. Infatti ha sensibilità solo in una mano, tramite la quale possiamo comunicare con alfabeto muto con lei. È serena nel Signore. Vive pregando, cantando, dettando lettere agli amici, vive in una maniera più angelica che umana. Ringrazia ogni sera Dio per i mali che le ha dato perché dice: "Dio toglie per dare". È felice di poter morire senza un peccato mortale; anche in questo stato dice di amare la vita col suo sole, coi suoi fiori, con la sua pioggia. È di una ubbidienza che sconcerta, che edifica. È forte, dolce, sicura. Dov'è passata lascia un ricordo di sé che impressiona, ma non mi vuole sentire dirlo perché dice che le lodi sono tentazioni. Io non sono più addolorata per questo stato di salute di mia figlia, ma la guardo umilmente, serenamente, come si guardano i santi in chiesa».

Una madre degna dell'angelica figlia anch'essa investita dal singolare dono di grazia che Dio le concedeva. Un'altra testimonianza, di pari profondità, è quella del medico dottor Antonio Sessa che nel giugno del 1943 l'accolse a Lourdes: «Nella mia non breve vita di brancadier a Lourdes "oltre 40 anni" ed avendo avuto occasione di avvicinare moltissimi ammalati di ogni genere, confesso che Benedetta ha lasciato in me un ricordo e un'impressione incancellabili. Malgrado le sue condizioni fisiche umanamente disperate, ella conservava una serenità sovrumana, ispirando, in tutti quelli che avevano occasione di avvicinarla, sentimenti di grande ammirazione, per la straordinaria cristiana rassegnazione, per le parole di amore e di conforto che trasmetteva alla madre, rispondendo alle sue segnalazioni tattili. Era come una fiamma ardente di pura castità che si diffondeva intorno e che faceva fremere di tenerezza il cuore; era uno spettacolo di fede vissuta.

Ripeto: mi ha lasciato un ricordo indelebile! Umanamente si può pur dirlo: era una santa, e il nome di Benedetta si potrebbe considerare profetico».

In unisono a questa è la testimonianza di un altro laico, il dott. Pier Luigi Bernareggi che fa un'ampia relazione delle impressioni suscitate dalla visita a Benedetta, ormai immobile nel suo letto e tagliata da ogni comunicazione col mondo che non fosse il codice muto dei messaggi tattili della mamma. Fu accolto da Benedetta «con allegria grandissima. come un dono grandissimo» e commenta: «Capii subito che là, dentro quel corpo ormai opaco, Benedetta era qualcuno di eccezionale, una personalità senza paragone». E commenta: «Voleva bene alle persone con l'amore inconfondibile, concreto e attento a tutto, che solo Dio sa avere. Questo lo capii subito, e intesi perché erano convinti tutti che fosse santa». E l'impressiona l'umanità di Benedetta, i suoi sussulti di gioia e di dolore fino agli spasimi dell'angoscia e del dubbio con Gesù nell'Orto. Il visitatore, di fronte alla terribile scena, ne è stordito e ammirato insieme: «Era inquieta, e le sue labbra biascicavano domande assillanti, ultime, profondissime, come solo lei avrebbe potuto formulare; non era sicura di Dio, non era sicura di vivere per sempre. Ci chiedeva che l'aiutassimo». Insoddisfatta delle risposte che riceveva, divenne concentratissima: «Dentro di sé una risposta si faceva luce, una parola totale affiorava. L'ascoltò fino in fondo, poi, come meravigliata della scoperta fatta, cominciò a ripetere la parola che dava la risposta: Non praevalebunt. La parola di Cristo le aveva risposto. Mi fu chiaro in quell'istante cosa sono i Santi di Dio e cosa è Dio per noi».

Ed ora la parola a Benedetta, ma appena per brevi tratti della sua densa e intensa produzione. Bisognerebbe anche rievocare i ricordi dei numerosi amici di tutte le categorie sociali che l'avvicinarono soprattutto negli ultimi anni del dolore. Benedetta non era nata santa, si sentiva piena di vita e voleva vivere, operare, sentirsi qualcuno, emergere, certamente non per volontà di potenza ma per ricchezza di clemenza. Ebbe perciò le sue impennate, se non proprio di ribellione, certamente di estremo sconforto quando si accorse che il male era implacabile. L'attesta l'amica del cuore, Maria Grazia: «. a volte avrei voglia di gettarmi dalla finestra». I Bianchi Porro abitavano allora a Milano al 7° piano di un grande palazzo nei pressi della Scala e dalla finestra si vedeva la guglia della Madonnina.

La grazia di Dio e la volontà indomita fecero presto il miracolo di gioia nel dolore e di additare anche agli altri la via regia sanctae crucis, di confortarli, di esaltarli al dono totale di sé, all'immolazione completa. Limitiamoci a pochi testi, presi anzitutto dalla corrispondenza con Maria Grazia[1].

I. Lett. del 9 aprile 1961: «Il dolore è il nostro pane (dice l'Imitazione: "l'ombra della Croce sovrasta tutto"), ma anche la nostra grande speranza ("beati quelli che soffrono, perché saranno consolati"), il nostro riscatto! Com'è vero e come io mi sento impotente a dirtelo e a dirti come lo sento! (Sì, non trovo le parole che vorrei e di cui mi sento ricca). Senti, Dio è giusto e quando manda una prova, manda anche la forza per sopportarla».

2. Lett. del 18 maggio 1963: «. per favore prega per me ho ancora poche briciole da dare al Signore. Vieni presto. La mia mente a volte vacilla: è un deserto mortale. Ho paura. Se dirò delle cose a vuoto domandaGli per me di farmi tacere, per favore. Mi ricordo quando ti vidi la prima volta, Maria Grazia, quando ti conobbi! Mi accompagnavi a casa e volevi farmi credere che dovevi arrivare fino là dove stavo io. Sei dolce, sai; dài la tua dolcezza a chi ti avvicina; c'è tanto affanno, tanta sete. Io cammino nella mia via crucis, fra poco sarò ferma».

3. Lett. del 1 giugno 1963 (ringrazia l'amica per i libri inviati e per la lettera): «Grazie. Sono stata felice per un attimo, perché lungo la giornata temo sempre l'abbandono del Padre». E continua, sognando i ricordi purissimi e dolcissimi dell'infanzia: «Eppure è così bello ricordare quando gli Apostoli ebbero timore e non avevano riconosciuto Gesù che camminava sulle acque: "Di che temete? Sono Io!". Appunto: "Sono Io". Tu mi aiuti, Maria Grazia, e mi succede ogni tanto di voler dalla mamma farmi rileggere la tua lettera. E sogno. Mi pare di essere ritornata piccina, piccina, seduta al primo banco di scuola, al mio posto, attenta, bevendomi tutto quello che la mia prima maestra, suor Alberta, mi dettava. Come vorrei ricordarmi tutto dei suoi insegnamenti! Alla sera, a casa li ripetevo ai miei fratellini e volevo che loro scrivessero, perché io, come suor Alberta, volevo dettare. E ora, nel mio buio, cerco di ricordarmi la chiave di tutti quei tesori che ci dava. Mi diceva che le parole del Vangelo erano grandi, preziose e per tutti, e che lì c'è tutto l'insegnamento della vita! Diceva che la vita è una passerella: un piccolo ponte traballante e pericoloso per chi salta sfrenatamente, ma sicuramente felice se riusciamo ad aspettare con amore le prove e le bufere della vita. Diceva che il tempo scorre velocemente.

È qui che mi fermo, perché molte volte mi sembra invece eternamente lungo. E non è vero, Maria Grazia, queste sono tentazioni: ecco perché non amo più rimanere sola con me stessa.

Sono brutte le tenebre, eppure io so di non essere sola: nel mio silenzio, nel mio deserto, mentre cammino, Lui è qui: mi sorride, mi precede; mi incoraggia a portare a Lui qualche piccola, briciola d'amore».

Questa, della tempesta sul lago, era uno dei tratti evangelici preferiti da Benedetta e ritorna anche nella lettera del 16 ottobre di quell'anno 1963.

4. In questa stessa lettera ritorna al suo tema preferito: «Vorrei tanto poter essere utile anche a te, mia cara Maria Grazia, ma sono povera, così poveramente inoperosa e mi accade di trovarmi a volte a terra, sulla via, sotto il peso di una croce pesante. Allora Lo chiamo con amore, ai Suoi piedi, e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul Suo grembo. Capisci, Maria Grazia? Conosci tu la dolcezza di questi istanti? Scrivimi, o meglio vieni presto. Salutami l'Angela e non dimenticate questa frase: "prendi la tua croce e seguimi". Non cercare di spiegare il perché. Lascia il tuo criterio, accetta il mio».

5. Nella lettera del 17 dicembre 1963, in attesa di tornare a Milano per l'ultimo incontro con gli amici, osa scrivere: «Io sto bene; e Dio che mi ama, mi manda tante frasi di conforto e di amore. Adesso io cammino per la strada che conduce a Betlemme: alla stalla dove il Bimbo nasce, "mistero d'amore e di dolore"». Il pensiero viene ripreso e trasfigurato in dono totale all'Amore nella lettera del 3 gennaio 1964, l'ultima per l'ultima confidenza, appena tornata da Milano, all'amica gentile che l'aveva preceduta alla casa di Sirmione con un telegramma: «È stato dolce veramente. È stato come se tu mi avessi preceduta qui a casa per darmi, per prima, gli auguri di bentornata. Devo anche dirti che le tue visite serali le ho tanto gradite. Anche se ti sentivo triste; anche se mi sentivo stanca. E a proposito dell'ultima sera: il Signore ha detto alla Maddalena: "molto sarà perdonato a chi ha molto amato", io penso non intendesse amore umano, ma amore dolce per tutte le creature. Io queste parole le capisco perfettamente, perché sento di applicarle naturalmente. Questa è la mia dolce speranza.

Diceva S. Francesco di Sales: "non ragionate sopra le afflizioni e contraddizioni, ma ricevetele con dolcezza e pazienza, bastandovi di sapere che vengono dalle mani di Dio".

Io sto bene, Maria Grazia, perché ho compreso: "sine effusione sanguinis non fit remissio!".

Quando puoi vieni. Io sto bene qui e là con voi: sto bene dove il Signore mi vuole».

Questo florilegio potrebbe e dovrebbe continuare, accennando almeno alle lettere inviate agli altri destinatari dell'amicizia e della sofferenza soprattutto a Nicoletta e alla Franci (la sua «Francina d'oro»). Limitiamoci a quest'ultima con la quale Benedetta si effonde in colloqui da paradiso.

1. Lett. del 10 giugno 1963, mentre è in procinto di partire per Lourdes: «Vado ad attingere forza dalla Mamma celeste, poiché non so abituarmi come vorrei a vivere felicemente nel buio, nell'attesa di una luce più viva e più calda del sole! Ma Dio mi aiuterà, perché sa che io esisto. Quando le mie preoccupazioni diventano pungenti, ed io Lo chiamo, mi aiuta subito, credimi. E qualcosa capita all'istante, per cui io divento calma e stesa. Qui dal nido aspetto che trascorrano le ore, e dai miei colloqui con Dio esco sempre serena e mansueta».

2. Il ritratto completo della sua anima è nella precedente lett. del 22 aprile 1963, ove ringrazia l'amica della sua lettera «. giunta proprio quando mi sembrava di boccheggiare e sentivo la speranza sbiadire per far posto in me ad un infinito senso di dolore e di angoscia». Ed ora le spalanca il mistero della sua anima: «Poi ho avuto la gioia di poter farmi trasmettere le tue parole, e mi è sembrato per un attimo di essere composta di vetro, e che tu, scrivendomi vedessi dentro me, nell'anima. Ho sentito che l'aiuto di Dio, tramite tuo, mi veniva incontro e mi dava una gioia più grande di quanto tu possa immaginare. Te ne sono molto grata». E subito l'anima si sprofonda nel proposito della donazione totale: «Nella tristezza della mia sordità, e nella più buia delle mie solitudini, ho cercato con la volontà di essere serena per far fiorire il mio dolore; e cerco con la volontà umile di riuscire ad essere come Lui vuole piccola, piccola, come mi sento sinceramente quando riesco a vedere la Sua interminabile grandezza nella notte buia dei miei faticosi giorni». E si infervora della sua missione: «Così spengo la tentazione di desiderare il caldo del sole quando più grande nell'intimo la sento, e io Lo chiamo qui accanto a me, come se il mio letto fosse una piccola grotta, o una deserta cella, e Lui dovesse aiutarmi ad uscire ed insegnarmi ad assolvere meglio il mio compito, che non è solo e non deve essere solo quello di scrutarmi dentro, ma di amare la sofferenza di tutti quelli che vivono o vengono at­torno al mio letto, e mi danno o mi domandano l'aiuto di una pre­ghiera».

La finale è di una profondità di aspirazione umile inaudita «Non sempre riesco a farlo. Riesco a fare invece anche dei capricci! È questa l'alternativa di sapere con poca generosità dare, mentre vorrei riuscire, e vorrei avere tutta la pazienza che occorre per sapere aspettare, come la natura aspetta e geme la sorgente della fine e la vittoria del principio. Vorrei, nella mia stasi, essere buona e remissiva, dolce e serena, e riuscire completamente a dimenti­carmi per ascoltare solo il miracolo della Sua Luce».

3. In una lettera datata nell'estate del 1963, confessa ancora con accoramento fiducioso, il suo umano smarrimento: è forse l'espressione più profonda e completa della sua anima nell'alternarsi angoscioso e gioioso delle tenebre e della luce. Eccola: «Ti scrivo perché ho il cuore, ancora in certi istanti, pieno di ansie e di ama­rezza.

A volte mi ritrovo qui, davanti a Lui, ferma, con le mani vuote, senza possedere neppure le briciole. Sto cercando di uscire da un periodo tanto immensamente difficile. A volte soffro bestialmente, vorrei che finisse; a volte domando di soffrire ancora di più.

Mi faccio rileggere le tue lettere. Sono in certi istanti sbalestrata, senza sostegno, come in una scala traballante senza appoggio, vagando e non riuscendo più a salire.

Eppure lo voglio. Mi sento sola, Lo chiamo quasi agitata, e nella mia testa sento una specie di deserto mentale. Mi intontisco. I giorni sono tutti uguali. Brancolo nel buio, e ho la luce dentro, non posso che balbettare ed ho infinite cose, dolcissime, da comunicare con Lui. Mi domando spaventata com'è terribile avere solo paura di perdere Dio. E questo mi è accaduto, solo la paura. Ho indagato dietro, nel passato, non ho trovato peccati mortali. Allora, adagio, adagio, è tornato il sereno: la pace, la bonaccia.

Dentro di me, ho sentito ancora la voce del Padre. Assetata sono corsa a farmi confortare. Era Lui. L'ho risentito! L'ho ritrovato, Franci, che sollievo! Con Lui mi sento di poter camminare lontano, in capo al mondo, se Lui vorrà. Io non voglio pause; non desidero soste; ho ritrovato il Signore, ho sentito la sua voce, ed è stato dolcissimo il colloquio, così soave.

Ma ora, Franci, in questo istante mi pare si faccia di nuovo scuro, ed io non voglio. Coi discepoli, allora, dirò: "Resta con me, resta con me, Signore, perché si fa sera!". Non posso più rimanere qui sola. E mi riscopro ancora così povera, così vuota da non aver nient'altro da donarGli che il silenzio. E taccio, quasi fossi sola in mezzo ai viventi e non sapessi più neppure dire: "Padre nostro, tu che sei nei Cieli, ascoltami" (.).

Sia pace a te e a me».

Benedetta trovò la pace della beatitudine il 23 gennaio 1964 la mattina era sbocciata nel giardino della villa di Sirmione una rosa bianca e la giovane martire presagì il suo imminente ingresso alle nozze celesti. Nel 1962 la fanciulla ormai devastata dal male non ancora del tutto cieca, ha scritto su di un'agenda pubblicitaria, su richiesta di un Sacerdote amico, un pensiero al giorno. La scrittura è incerta e affaticata, ma il pensiero forte e luminoso. Inizia il 2 gennaio: «La speranza è fiducia cieca in Lui» e si chiude o piut­tosto s'interrompe il 13 ottobre: «La fede fa fare prodigi»[2].

La figura di Benedetta, con l'introduzione della Causa di Beatificazione, ha assunto un significato universale nella vita ecclesiale del nostro tempo. Questo ci fa auspicare di avere presto fra le mani l'edizione critica integrale dei suoi scritti, che sono certamente fra i più originali della spiritualità del nostro tempo: per la schiettezza e trasparenza del linguaggio, per la commozione delle sue confidenze; per la partecipazione dolente e intrepida alla Croce di Cristo.

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[1] I testi che verremo citando sono presi dalla monografia di ANNA MARIA CAPPELLI, Il volto della speranza, Lettere di Benedetta Bianchi Porro e Testimonianze, II ed. Forlì 1972. Benedetta nel 1944 all'età di otto anni e in piena guerra iniziò un Diario che portò avanti, in forma discontinua negli anni 1948-1953 e interrotto nel 1954 (A. M. CAPPELLI, Oltre il silenzio, Fusignano 1974). S'interrompe con le prime amare impressioni della vita universitaria e, malgrado la sordità galoppante con la ferma decisione di frequentare Medicina: «Voglio vivere e lottare e sacrificarmi per tutti gli uomini» (p. 35).

[2] Benedetta Bianchi Porro, Pensieri, 1962, ed. in facsimile a cura degli Amici di Benedetta, Castrocaro Terme 1976.