Momentos del Espíritu / S. Caterina e la fedeltà alla Chiesa


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S. Caterina e la fedeltà alla Chiesa

 

La Chiesa ha avuto nella letteratura sacra vari simboli i quali toccano vari aspetti della sua missione di salvezza per l'uomo: la Città di Dio, la Sposa di Cristo, il Corpo mistico. Caterina ne scelse o meglio ne inventò due di forte realismo e stupenda poesia: la Chiesa - scrive nel Dialogo - è la «vigna» e la «bottega» del Sangue di Cristo che è anche «.il giardino della S. Chiesa, la quale tiene e ministra il pane della vita e dà a bere il Sangue, acciò che i viandanti peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia carità che vi sia ministrato il sangue e il corpo de l'unigenito mio Figliolo, tutto Dio e tutto uomo» (c. 27; ed. Cavallini, p. 60s.). Per difendere questo giardino dagli attacchi dei troppi malpensanti, dalle insidie dei furbi politicanti, dall'ignavia dei tiepidi imboscati nel calduccio del quieto vivere, l'umile e fortissima vergine offrì la sua opera e sacrificò la sua vita.

E nella Chiesa è il Papa, il dolce Cristo in terra al quale Cristo stesso ha affidato la cura di questo giardino e la distribuzione del Sangue, colui che tiene le chiavi del Sangue di Cristo crocifisso. Ancora stupendamente il Dialogo: «Sì che Cristo in terra tiene le chiavi del sangue sì come, se bene ti ricorda, Io te 'l manifestai in questa figura [.]. Sai ch'Io ti posi il corpo mistico della santa Chiesa quasi in forma d'uno cellaio, nel quale cellaio era il sangue de l'Unigenito mio Figliuolo: nel quale sangue vagliono tutti i sacramenti, e ànno vita in virtù di questo sangue» (c. 115; ed. cit., p. 278). Per Caterina la Chiesa, il Papa e Cristo formano una unità vitale inscindibile nella quale i tre momenti si compenetrano nel misericordioso piano divino della salvezza.

C'è nella vita dei santi un segreto ch'essi hanno con Dio ed è il momento che ha deciso della loro vocazione e della scelta del Bene essenziale: il segreto di Caterina è stato certamente anzitutto la visione di Cristo, Dio-Uomo, librato in aria davanti a lei bambina che percorreva col fratellino Stefano nel 1353 la Via del Costone; poi, cresciuta a dismisura nella sua donazione totale al Verbo Incarnato - allo «Amatissimo Giovane», come dice nella preghiera conservata dal Caffarini - alla vista dei mali che il grande Scisma aveva riversato sulla Chiesa. La teologia di Caterina è limpida e infocata come la sua anima: ma sbaglierebbe di molto sia chi pensasse che la sua teologia si dissolve in pratica politica, sia pur negli interessi della Chiesa e del Papato, sia anche chi interpretasse i suoi interventi nella vita della Chiesa del suo tempo ed in particolare la sua dedizione al Papa legittimo come effetto di una semplice trasposizione della realtà terrena nella vita celeste ove non valgono più le leggi del tempo. Contro siffatta deformazione protestano sia Il Dialogo sia, e soprattutto, le mirabili Lettere spedite ai destinatari più disparati - Papi e cardinali, uomini d'arme e claustrali, governanti e artigiani. Chi nella sua vita le abbia scorse anche una volta sola e ne abbia saputo ascoltare i fremiti ed i sospiri che le attraversano da parte a parte, sa bene ch'esse costituiscono una testimonianza di fedeltà alla Chiesa ch'è stata la più ardente e operativa del suo tempo e, come donna, la più alta di tutti i tempi. Basterà qualche cenno.

 

1. L'amore e la dedizione per la Santa Chiesa è la passione dell'intera vita di Caterina, l'ossessione di ogni giorno. Nel Dialogo leggiamo che Dio l'ammonisce: «O dilettissima e carissima figliuola, Io adempirò in quello che m'ài adimandato il desiderio tuo [.] però sia dunque sollecita di dare orazioni per tutte le creature che ànno in loro ragione, e per lo corpo mistico della santa Chiesa, e per quegli che Io t'ò dati che tu ami di singulare amore. E non commettere negligenzia in dare orazioni ed esemplo di vita e la dottrina della parola, riprendendo il vizio e commendando la virtù, giusta 'l tuo potere» (c. 109; ed. cit., p. 262).

La ecclesiologia cateriniana è sobria ed essenziale e va subito al segno: l'uomo ritorna a Dio dal peccato soltanto «.stando nel Verbo del mio Figliuolo» che si è fatto ponte per noi come mirabilmente espone il Dialogo (c. 16). Ed è solo nella Chiesa che gli uomini si trovano salvati in Cristo e fuori di essa non c'è che morte: «Di tutti quanti voi è fatta una vigna universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, i quali sete uniti nella vigna del corpo mistico della santa Chiesa, unde traete la vita. Nella quale vigna è piantata questa vita de l'unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sete subito ribelli alla santa Chiesa e sete come membri tagliati dal corpo, che subito imputridisce» (c. 15; ed. cit., p. 55). Si può dire che se il rapporto di Cristo alla Chiesa, quello di sposo a sposa, deriva ad un tempo dall'unione di Cristo al Padre nello Spirito Santo e dall'unione con l'uomo nell'Incarnazione siglata dal sacrificio della Croce, deve essere per Caterina da parte dei cristiani un rapporto altrettanto intimo da arrivare all'unione con la Deità eterna mediante la crocifissione dei propri vizi per essere «fiori odorosi» e «veri gustatori della Verità eterna».

 

2. L'amore per la santa Chiesa è anzitutto per Caterina amore, ossequio, riverenza. verso i sacerdoti che sono i ministri del Sangue. Qui le sue espressioni irrompono come un fiume in piena che la Santa stessa non riesce a contenere, le sue parole pare vogliano forzare ogni possibilità umana per attingere il mistero della più alta partecipazione attiva che Dio ha concesso alla creatura, la potestà sul suo Corpo e sul suo Sangue: bisognerebbe raccogliere i testi cateriniani sul sacerdozio e varrebbero un corso di esercizi per la nostra riforma interiore ed una energica disintossicazione dalle graveolenti insinuazioni odierne di aggiornare il sacerdote alle grullerie ed ai farneticamenti pratici e teorici del mondo contemporaneo. Ecco ancora il Dialogo: «A costoro ò dato a ministrare il Sole, dandolo il lume della scienzia, il caldo della divina carità, e 'l colore unito col caldo e col lume, cioè il sangue e 'l corpo del mio Figliuolo. Il quale corpo è uno sole, perché è una cosa con meco, vero Sole. E tanto è unito, che l'uno non si può separare da l'altro né tagliare, se non come il sole, che non si può dividere, né il caldo suo da la luce né la luce dal suo colore, per la sua perfezione de l'unione» (c. 110; ed. cit., p. 264). Sole, fuoco, caldo, colore. Caterina nuota tutta nella luce della Verità eterna, è tutta presa dalla certezza della salvezza, ma anche tutta commossa dal miserando stato della Chiesa: le Lettere, com'è noto, toccano le piaghe del clero alto e basso del suo tempo con doloroso stupore e ferma sincerità offrendo se stessa vittima per la conversione degli indegni e lo scuotimento dei lassi e dei tiepidi.

Caterina ama il sacerdote di tenerezza materna e filiale insieme e nessuno, a mio debole avviso, ha scritto parole di altezza e profondità pari alle sue sulla dignità del sacerdote, ma nessuno ha penetrato come lei il tessuto soprannaturale che fascia la vita e la coscienza del sacerdote, e questo perché il mistero dell'Incarnazione si riflette tutto nel mistero eucaristico. Ed è il Signore stesso che la invita a inabissarsi nella grandezza del Sacramento per gustarne l'intera dolcezza: «Chi gusta e vede e tocca questo sacramento? Il sentimento de l'anima. Con che occhio el vede? Con l'occhio de l'intelletto, se dentro ne l'occhio è la pupilla della santissima fede. Questo occhio vede in quella bianchezza tutto Dio e tutto uomo, la natura divina con la natura umana; il corpo l'anima e 'l sangue di Cristo, l'anima unita nel corpo e il corpo e l'anima uniti con la natura mia divina, non staccandosi da me». E Cristo a conferma le ricorda una visione «quasi nel principio della vita tua» per superare una tentazione di dubbio sulla presenza reale, come sembra. La visione si allarga in un cerchio che contiene la luce di tutti i misteri e merita di essere letta, poiché ho l'impressione che sia poco nota. È il Signore che parla: «Unde tu sai che, andando tu la mattina a l'aurora alla chiesa per udire la messa, essendo stata dinanzi passionata dal dimonio, tu ti ponesti ritta a l'altare del Crocifisso; il sacerdote era venuto a l'altare di Maria. E stando ine a considerare il difetto tuo, temendo di avere offeso me per la molestia che 'l dimonio t'aveva data, e a considerare l'affetto della mia carità che t'aveva fatta degna d'udire la messa - con ciò sia cosa che tu ti reputavi indegna d'entrare nel santo tempio mio - vedendo il ministro a consecrare, alla consecrazione tu alzasti gli occhi sopra del ministro. E nel dire le parole della consecrazione, Io manifestai me a te vedendo tu escire dal petto mio uno lume, come il raggio che esce della ruota del sole non partendosi da essa ruota. Nel quale lume veniva una colomba, uniti insieme l'uno con l'altro, e percoteva sopra de l'ostia e in virtù delle parole della consecrazione che 'l ministro diceva. Per che l'occhio tuo corporale non fu sufficiente a sostenere il lume, ma rimaseti il vedere solo ne l'occhio intellettuale e ine vedesti e gustasti l'abisso della Trinità, tutto (me) Dio e uomo, nascosto e velato sotto quella bianchezza. Né il lume né la presenzia del Verbo, che tu in essa bianchezza vedesti intellettualmente, non tolleva però la bianchezza del pane, e l'uno non impediva l'altro: né il vedere (me) Dio e uomo in quello pane, né quello pane era impedito da me, cioè che non gli era tolto né la bianchezza, né il toccare né 'l sapore» (c. 112; ed. cit., p. 270s.).

Ed il Cristo alla mirabile Donna, come ha parole di fuoco per i miseri che sono venuti meno alle loro promesse, così tripudia di gioia ed esalta come il Sole, come gli Angeli, coloro «.che sono stati - o se alcuno ne fusse - miei dolci ministri, de' quali Io ti dissi che avevano la proprietà e condizione del sole. E veramente sono sole, sì come detto t'ò, però che in loro non è tenebre di peccato né ignoranzia, perché seguitano la dottrina della mia verità. Né sono tiepidi, però che essi ardono nella fornace della mia carità; e sono spregiatori delle grandezze e stati e delizie del mondo, e però non temono di correggere - ché chi non appetisce la signoria o la prelazione non teme di perderla - ma riprendono virilmente, ché chi non si sente ripresa la coscienza da la colpa non teme. E però non era tenebrosa questa margarita negli unti e cristi miei de' quali Io t'ò narrato, anco era lucida; ed erano abbraccicatori della povertà volontaria, e cercavano la viltà con umiltà profonda, e però non curavano né scherni né villania, né detrazione de gli uomini, né ingiuria né obrobri né pena né tormento. Essi erano bestemmiati, e eglino benedicevano, e con vera pazienzia portavano, sì come angeli terrestri e più che angeli: non per natura, ma per lo misterio e grazia data a loro, soprannaturale, di ministrare il corpo e 'l sangue de l'unigenito mio Figliuolo». Sono questi gli angeli e le guide illuminanti delle anime: «E veramente sono angeli, però che come l'angelo che Io do a vostra guardia vi ministra le sante e buone spirazioni, così questi ministri erano angeli - e così dovarebbero essere - dati a voi da la mia bontà a vostra guardia. E però essi continuamente tenevano l'occhio sopra i sudditi loro, sì come veri guardiani, spirando ne' cuori loro sante e buone spirazioni; cioè che per loro offerivano dolci e amorosi desideri dinanzi a me con continua orazione, con la dottrina della parola e con l'esempio della vita. Sì che vedi che essi sono angeli, posti da l'affocata mia carità come lucerne nel corpo mistico della santa Chiesa per vostra guardia, acciò che voi, ciechi, abbiate guida che vi dirizzi nella via della verità dandovi le buone spirazioni, con orazioni ed esemplo di vita e dottrina, come detto è  (c. 119; ed. cit., pp. 292ss.).

Così Caterina vedeva i sacerdoti: tutti presi dall'onore di Dio e dalla salvezza delle anime, ministratori del Sole, cioè del Corpo e del Sangue di Cristo.

 

3. La fedeltà alla Chiesa era per Caterina anzitutto e soprattutto fedeltà e devozione incrollabile al Papa: tutta la sua giovane vita è stata consumata per quest'ideale, per ricondurre la Chiesa divisa e discorde sotto la guida dell'unico legittimo Pastore, ch'essa ha chiamato per prima il Dolce Cristo in terra. Intraprende viaggi, svolge ambascerie, prepara incontri spesso fra aspri contrasti e sofferenze inenarrabili, affronta serena pericoli di ogni genere e la stessa morte per riconciliare città e governi col Vicario di Cristo.

E di fronte ai riottosi le sue parole - Lei, che i discepoli chiamano con tenerezza affettuosissima «mamma» - diventano di fuoco. Basti ricordare la celebre lettera di risposta a Barnabò Visconti, tiranno di popoli e predone dei beni della Chiesa e persecutore dei suoi ministri: tutta la lettera è un inno alla vita dello spirito, una celebrazione della superiorità delle forze dello spirito su quelle del mondo e della carne, una lezione di saggezza umana e cristiana. Ammonisce il fiero signore «.che signoria possa essere quella che mi può essere tolta, e non sta nella mia libertà?». La vera signoria è solo quella dello spirito, di colui «.che, innanzi elegge la morte, che offendere Dio e l'anima sua. Questo non offende mai; ma guarda la città, signoreggia se medesimo e tutto quanto il mondo: ché si fa beffe del mondo e di tutte le delizie sue, reputandole cosa corruttibile, peggio che sterco. E così dicono i santi, che i servi di Dio sono coloro che sono signori liberi e hanno avuto vittoria».

Finito il prologo, la Santa viene al solido ed esorta il terribile signore all'obbedienza alla Chiesa ed alla soggezione al Romano Pontefice, ma il timbro della sua voce ascende ed attinge la sua forza, anche questa volta, dalle sfere celestiali. Anzitutto l'invocazione al Verbo incarnato e l'esaltazione del sacerdozio: «O Verbo dolce, Figliuolo di Dio, tu hai riposto questo Sangue nel corpo della santa Chiesa; vogli che per le mani del tuo Vicario ci sia ministrato. Provede la bontà di Dio alla necessità dell'uomo, che ogni dì perde questa signoria di sé, offendendo il suo Creatore. E però ha posto questo rimedio della santa confessione, la quale vale solo per il sangue dell'Agnello. Non ve la dà una volta, né due, ma continuamente. Però è stolto colui che si dilunga o fa contra questo Vicario, che tiene le chiavi del Sangue di Cristo crocifisso. Eziandio se fusse dimonio incarnato, io non debbo alzare il capo contro a lui, ma sempre umiliarmi, chiedere il Sangue per misericordia: ché in altro modo nol potete avere, né participare il frutto del Sangue. Pregovi per l'amore di Cristo crocifisso, che non facciate mai più contra il Capo vostro».

Segue una riguardosa ma ferma rampogna delle intromissioni di Barnabò contro i ministri della Chiesa che sono soggetti solo al Papa: «Il nostro Salvatore non vuole; dice che sono i suoi unti: non vuole che né voi né veruna creatura faccia questa giustizia, perché la vuol fare Egli. Oh quanto sarebbe sconvenevole che il servo volesse tôrre la signoria di mano al giudice, volendo fare giustizia del malfattore! molto sarebbe spiacevole: perocché non tocca a lui; e 'l giudice è quello che l'ha a fare. E se dicessimo: "Il giudice nol fa; non è ben fatto che 'l faccia io?" No. Ché ogni volta ne sarei ripreso: né più né meno ti caderà la sentenzia addosso (se tu ucciderai) d'essere morto tu. Non scuserà la legge la tua buona intenzione, che l'hai fatto per levare il malfattore di terra. Non vuole la legge né la religione, che, perché il giudice sia cattivo e non faccia la giustizia, che tu la facci. Però tu debbilo lasciar punire al sommo Giudice, che non lascerà passare le ingiustizie e gli altri difetti, che non sieno puniti a luogo e a tempo suo, singolarmente nell'estremità della morte, passata questa tenebrosa vita; nel qual punto, passato, ogni bene è rimunerato, e ogni colpa è punita. Così vi dico, carissimo padre e fratello in Cristo dolce Gesù, che Dio non vuole che voi, né veruno, vi facciate giustiziere de' ministri suoi. Egli l'ha commesso a sé medesimo, ed esso l'ha commesso al Vicario suo: e se il Vicario non lo facesse (ché lo debba fare, ed è male se non si fa), umilmente doviamo aspettare le punizione e correzione del sommo Giudice, Dio eterno». Caterina vede sempre il sacerdote, chiunque sia buono o cattivo, tutto imporporato del Sangue di Cristo di cui è ministro ed è facile pensare alle parole di fuoco che avrebbe oggi l'angelica dolcissima vergine senese per gli stolti e incoscienti fautori della «secolarizzazione» che vogliono correre dietro al vuoto di un disperato naturalismo.

Ma torniamo a Barnabò. Ora la santa l'esorta a mettersi in pace con la Chiesa e col Vicario di Cristo: «Or non più, padre!» - «reverendo padre» e «padre carissimo» l'aveva chiamato in apertura di lettera. Ed ora il suo «voglio» di arcangelo vittorioso che fa balenare l'orizzonte dell'eternità: «Umilmente voglio che poniamo il capo in grembo di Cristo in cielo per affetto ed amore, e di Cristo in terra (la cui vece tiene) per riverenzia del sangue di Cristo, del qual sangue ne porta le chiavi. A cui egli apre, è aperto; e a cui egli le serra, è serrato. Egli ha la potenzia e l'autorità; e veruno è che gliela possa tôrre dalle mani, perocché gli è data dalla prima dolce Verità. E pensate che fra le altre cose, che sieno punite, che dispiaccia bene a Dio, si è, quando vede che sono toccati gli unti suoi, siano cattivi quanto si vogliono. E non pensate, perché vediate che Cristo faccia vista di non vedere in questa vita, che sia di meno la punizione dell'altra. Quando l'anima sarà dinudata dal corpo, allora le mostrerà che in verità egli ha veduto. Adunque voglio che siate figliuolo fedele della santa Chiesa, bagnandovi nel sangue di Cristo crocifisso. Allora sarete membro legato nella Chiesa santa, e non putrido. Riceverete tanta fortezza e libertà, che né dimonio né creatura ve la potrà forre; perocché sarete fuore della servitù del peccato mortale, della ribellione della santa Chiesa; sarete fatto forte della fortezza della Grazia, che allora abiterà in voi; e sarete unito col vostro Padre. Così vi prego che perfettamente facciate questa unione, e non indugiate più tempo» (Lettera 28; ed. Tommaseo-Misciatelli, I, p. 117ss.).

Non dissimili implorazioni inviava al suo padre spirituale, fra Raimondo da Capua, un sant'uomo ma che -a giudizio della stessa Santa -non aveva un cuor di leone. E la grande figlia effonde con lui l'ardore per la causa della Chiesa: «Oimé, oimé, disavventurata l'anima mia! che io non mi vorrei restare, infino che io mi vedessi che per onore di Dio mi giugnesse un coltello che mi trapassasse la gola, sicché 'l sangue mio rimanesse sparto nel corpo mistico della santa Chiesa. Oimé, oimé, che io muoio, e non posso morire» (Lettera 226; ed. cit., III, p. 359). E mentre gli racconta in altra lettera il pericolo occorsole in Firenze di essere uccisa dai tumultuanti contro il Papa che aveva dato l'interdetto alla città, si lamenta «della grande beffa» che le fece lo Sposo eterno non adempiendo il suo desiderio di dare la vita per la verità e per la dolce Sposa di Cristo: «Onde io ho da piangere, perocché tanta è stata la moltitudine delle mie iniquitadi che io non meritai che il sangue mio desse vita, né alluminasse le menti accecate, né pacificasse il figliuolo col padre, né murasse una pietra col sangue mio nel corpo mistico della santa Chiesa» (Lettera 295; ed. cit., IV, p. 302s.). Infine, in altra lettera, rimpiange che il buon frate, ch'era sfuggito ad un tranello dei fautori dell'antipapa, abbia schivato il martirio «.per lo suo (della fede) onore, e esaltazione della santa Chiesa e del vero Vicario di Cristo papa Urbano VI». E l'ammonisce come delusa del mancato traguardo del sangue: «Cattivello Padre mio, quanto sarebbe stata beata l'anima vostra e la mia, che col sangue vostro voi avreste murata una pietra nella santa Chiesa per amore del sangue! Veramente noi abbiamo materia di pianto, di vedere che la nostra poca virtù non ha meritato tanto bene» (Lettera 333; ed. cit., V, p. 123).

Caterina non è donna pertanto che indulga a concessioni, a mezze vie, a debolezze o riguardi: per lei il dogma deve rifluire nella vita e la Chiesa è la continuazione della realtà storica dell'Incarnazione nello scorrere del tempo, l'unica luce issata sul vertice dei secoli per l'uomo travolto dal groviglio degli errori e delle passioni. Caterina non è uno spirito sognante, conosce a fondo gli uni e le altre nel tessuto della società civile e religiosa del suo tempo: se ne appena ed accora a morte dal dolore. Il P. Taurisano, al quale tanto devono gli studi cateriniani, nella sua raccolta di «Preghiere ed elevazioni» (II ed. Roma 1932) ha fatto larga parte alle preghiere elevate dalla Santa per la Chiesa in momenti di maggior dolore ed apprensione: dovremmo riprenderle e recitarle anche noi in questo momento di così ardua prova per le irrequietezze e le ribellioni che scuotono gli stessi fondamenti della fede nella Chiesa e nell'autorità del Vicario di Cristo. Basti questa volta ricordare l'invocazione finale che troviamo nella elevazione dedicata alla Festa dell'Annunciazione, ch'era anche - come sembra - il giorno di compleanno della Santa: «A te ricorro Maria, a te offro la petizione mia per la dolce sposa di Cristo dolcissimo tuo Figliuolo, e per il Vicario suo in terra, ché gli sia dato lume, sì che con discrezione tenga il modo debito atto per la riforma della santa Chiesa. Uniscasi ancora il popolo insieme, e conformisi il cuore del popolo col suo, sì che mai non si levi contra il capo suo. Pare a me, che tu, Dio eterno, abbi fatto di lui un'incudine, che ognuno lo percuote con la lingua e con l'opere quanto può» (ed. cit., p. 153).

Una donazione totale di sé per la causa della Chiesa che suggellò nel Testamento spirituale ai discepoli: «Tenete per fermo, dolcissimi e carissimi figliuoli, che partendomi dal corpo, io in verità ò consumata e data la vita ne la Chiesa e per la Chiesa santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia» (ed. cit., p. 200).

Dottrine e parole, come ognun vede, di dolorosa e cocente attualità. Possa lo spirito di S. Caterina, il fulgore e l'efficacia del suo esempio e della sua intercessione, ottenere alla Chiesa, ai suoi ministri ed a tutte le anime il lume dello spirito e l'ardore del proposito di vivere fedeli alla Chiesa in Cristo Crocifisso.

 

(1970)