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Momentos del Espíritu
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La «Via Crucis» di Mons. Escrivá
La «Via Crucis» di Mons. Escrivá
Il tema
della Passione del Signore è uno dei motivi costanti della spiritualità del
fondatore dell'Opus Dei: non a caso molti suoi collegi sono intitolati alla
Santa Croce. Basti anche notare che nell'esposizione di uno degli argomenti
prediletti, quello della libertà del cristiano, - com'è stato ricordato anche
nel nostro profilo in occasione della sua preziosa morte (1975) - egli guarda
diritto alla Croce stimolando i suoi ad uscire nel mare aperto della vita
ecclesiale: «.con la libertà dei figli di Dio, che Cristo ci ha guadagnato
morendo sul legno della Croce» (Verso la santità, Milano 1974, P. 31). Un
modo nuovo di essere religiosi per portare l'annuncio della salvezza, in
un'epoca (come la nostra) senza Dio, additando il Segno che ha sostenuto i
martiri ed illuminato i santi di tutti i tempi, la Croce di Cristo come golfo
mistico di ogni anima cristiana che guarda oltre il tempo ed è «in cammino» per
l'eternità. Un tema ostico per il mondo e forse anche per molti cristiani del
nostro tempo, facili ai compromessi: amare la croce, sopportare con amore tutto
il corteo di tribolazioni che offre la vita, è un dono di Dio, quasi il profumo
di una rosa che il Padre celeste fa fiorire nel deserto turbinoso della vita
moderna. Eppure per il cristiano la Croce è la «via regia» della salvezza: anche
per Mons. Escrivá, come per l'ispirato autore dell'Imitazione di Cristo (lib. II,
c. 12), «Contemplativi nell'azione e attivi nella contemplazione» può essere il
motto dell'Opera di quest'umile Sacerdote trascinato dallo Spirito Santo, come
quasi otto secoli fa S. Francesco che - insignito delle piaghe di Cristo - fu
chiamato a sostenere la barcollante «Casa di Dio». Tracciando ai suoi figli
l'itinerario di una robusta vita interiore, Mons. Escrivà esortava con
affettuosa comprensione ma insieme con ardimento mistico: «Mettiti nelle piaghe
di Cristo Crocifisso. Lì apprenderai a custodire i tuoi sensi, avrai vita
interiore e offrirai continuamente al Padre i dolori del Signore e quelli di
Maria per pagare i tuoi debiti e tutti i debiti degli uomini» (Cammino,
nr. 288). È questo anche il testo col quale il suo successore nella direzione
dell'Opus Dei presenta la «Via Crucis», ricavata anch'essa dalle
sue istruzioni e conversazioni domestiche (Milano, ARES, 1991): «Per questo,
diceva, ho da sempre consigliato la lettura di buoni libri che narrino la
Passione del Signore. Tali scritti, pieni di sincera devozione, ci fanno pensare
al Figlio di Dio, uomo come noi e vero Dio, che ama e che soffre nella sua carne
per la redenzione del mondo» (Da: «Amici di Dio», nr. 299). Questa «Via Crucis»
ci introduce nel giardino ove fioriscono i fiori della compunzione del cuore, la
quale, fondata sulla meditazione della Passione di Cristo, costituisce parte
essenziale della spiritualità che Dio ha voluto per l'Opus Dei. L'aggiornamento
della vita del cristiano nel mondo contemporaneo è la «contemporaneità» con
Cristo, con
la sua Croce,
la quale, secondo Mons. Escrivá - ed anche questo è un ritorno alle origini
della spiritualità cristiana che spesso ricorda il timbro squillante di S.
Caterina da Siena - se è stata tanto dolorosa per lui, è divenuta per noi fonte
di felicità: «Pensa che Dio ti vuole contento e che, se da parte tua farai tutto
il possibile, sarai felice, molto felice, felicissimo, anche se in nessun
momento ti mancherà la Croce». Ed ora con fierezza: «La Croce non è più un
patibolo, è il trono dal quale Cristo regna». E con Gesù viene Maria, l'altro
grande amore di Mons. Escrivà: «E, accanto, c'è sua Madre, ch'è anche Madre
nostra.
La Vergine Santa
ti otterrà la fortezza di cui hai bisogno per camminare con decisione sulle orme
di suo Figlio» ( «Amici di Dio», nr. 141). Un'atmosfera di serenità e di fiducia
in Dio, quasi un profumo di «dolore d'amore», come leggiamo ancora nella
Presentazione: un «nuovo stile» di fare spiritualità e di tendere alla
perfezione. Ma questa nostra espressione è zoppa, certamente assai impropria:
eppure vuol cogliere l'originalità - e questa è innegabile - della spiritualità
dell'autore ch'è quella di non voler essere originale per attenersi sine
glossa al Vangelo e conformarsi, come l'Apostolo, a Cristo crocifisso.
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Ora non
resta che rinviare il lettore al testo, finora inedito, che passa in rassegna le
14 stazioni della Via Crucis secondo l'ordine tradizionale: 1. Gesù è condannato
a morte; 2. Gesù è caricato della Croce. ecc. Precede, nello sviluppo di ogni
Stazione, una robusta, e spesso concitata, presentazione del particolare mistero
di dolore, che l'edizione presenta con caratteri più marcati; seguono i «Punti
di meditazione» (sempre in numero di 5). L'unica fonte, quasi una presenza
continua in filigrana, è il testo del Vangelo e la Scrittura poiché l'Autore
intende mostrare il legame di continuità dei due Testamenti che trovano in
Cristo, ed in particolare nella sua Passione e Morte, la propria sutura
spirituale. Nessun disturbo di altre citazioni pie o dotte e neppure - anche se
può sorprendere - aggiunte o indicazioni di preghiere, invocazioni.: soltanto
meditazione, ossia la contemplazione del mistero di dolore che il Figlio di Dio
ha affrontato per noi e che deve colmare tutta l'anima. Cioè l'edificante
essenziale.
Ogni
commento pertanto diventa superfluo, anzi guasterebbe; come nei migliori testi
della mistica, anche qui l'unica chiave di lettura è il raccoglimento.
Basteranno perciò poche scarne indicazioni. Colpisce anzitutto l'insistenza sul
tema del peccato: «Uomini sì, ma con orrore per il peccato grave. Uomini
che aborriscono le mancanze veniali e che, pur avendo la quotidiana esperienza
della propria debolezza, conoscono bene anche la fortezza di Dio» (p. 60).
Ancora: «La debolezza del corpo e l'amarezza dell'anima (sono i "dolori mentali"
di Cristo nella terminologia tradizionale) hanno provocato la ricaduta di Gesù
sotto la Croce. Tutti i peccati degli uomini - anche i miei - pesano sulla sua
Santissima Umanità» (p. 65). Fra questi dolori emerge la solitudine, l'abbandono
in cui è lasciato Cristo: davanti a Pilato «.Gesù è solo. Sono lontani i giorni
in cui la Parola dell'Uomo-Dio accendeva la luce e la speranza nei cuori, le
lunghe file di malati che venivano guariti, i clamori trionfali di Gerusalemme
quando il Signore venne cavalcando un mite asinello» (p. 22). E mentre Gesù
aspetta di essere crocifisso: «È lo spogliamento, la svestizione, la povertà più
assoluta. Non è restato nulla al Signore, eccetto un legno» (p. 88). E dopo la
crocifissione: «.Con Gesù restano soltanto sua Madre, alcune donne e un
adolescente. Gli apostoli, dove sono? E coloro che furono guariti dalle loro
malattie? gli zoppi, i ciechi, i lebbrosi?. E quelli che lo acclamarono?.
Nessuno risponde! Cristo, circondato dal silenzio» (p. 106s.). E prima, alla IX
Stazione: «Tutti contro di Lui.: gli abitanti della città e gli stranieri, e i
farisei, e i soldati e i principi dei sacerdoti. Tutti carnefici. Sua Madre -
mia Madre - Maria piange». E concludendo esclama: «Dio mio, fa ch'io odii il
peccato e mi unisca a te, abbandonandomi alla Santa Croce, per compiere anch'io
la Tua Volontà amabilissima» (p. 79). Ed ora nell'effusione di amore a Cristo
Crocifisso, il Triumphus crucis di Mons. Escrivá: «Amo tanto
Cristo in Croce, che ogni Crocifisso è come un affettuoso rimprovero del mio
Dio. Io che soffro, e tu. codardo. Io che ti amo, e tu che mi dimentichi. Io che
ti chiedo, e tu che mi dici di no». Segue l'esclamazione: «Che belle croci sulla
vetta dei monti, in cima ai grandi monumenti, sul pinnacolo delle cattedrali!.
Ma la croce bisogna issarla sulle viscere del mondo». Di qui il progetto, quello
di un S. Paolo di oggi: «Gesù vuole essere innalzato proprio lì: nel rumore
delle fabbriche e delle officine, nella quiete dei campi, nell'intimità della
famiglia, nelle assemblee, negli stadi. Lì dove un cristiano può spendere la sua
vita onestamente deve porre col suo amore la Croce di Cristo, che attrae a Sé
tutte le cose» (p. 98).
Questo
è lo stile di uno che sa vedere lontano e vivere Cristo presente da principio
alla fine nell'abisso dei secoli che scorrono e di chi ha offerto la propria
vita sacerdotale da consumare per i fratelli nell'irradiazione della Croce.
L'aveva detto a Gesù anche un po' prima, con forte dedizione e umile commozione:
«.sono tuo, e mi consegno a Te, e m'inchiodo alla Croce volentieri, per essere
nei crocevia del mondo un'anima dedicata a Te, alla tua gloria, alla Redenzione,
alla corredenzione di tutta l'umanità» (p. 96). Iddio gli ha dato la
soddisfazione - concessa a pochi, a ben pochi anche fondatori che hanno aperto
con maggior impeto dello spirito la via a Cristo ed alla Chiesa nel groviglio
della storia del mondo - di vedere la sua Famiglia presente oggi in tutti i
valichi, nelle pianure e sui monti, dell'uomo contemporaneo, ormai in tutti i
continenti.
Il
segreto è rivelato, con pudore e gioia riconoscente, nella meditazione sempre
della Crocifissione di Gesù che stiamo leggendo, ed è un ritorno del ricordo
essenziale della sua vocazione di sacerdote e fondatore: «Dopo tanti anni, quel
sacerdote fece una meravigliosa scoperta: comprese che la Santa Messa è un vero
lavoro: operatio Dei, lavoro di Dio. E quel giorno, nel
celebrarla, provò dolore, gioia e stanchezza. Sentì nella sua carne la
spossatezza di un lavoro divino». Ed ecco profilarsi, sull'orizzonte dell'anima
sbigottita ma fiduciosa, il desiato conforto: «Anche a Cristo richiese sforzo la
prima Messa: la Croce». E subito l'anima si accende nella luce del Segno della
salvezza e prorompe in un invito di amore «Prima di cominciare a lavorare, metti
sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro un Crocifisso. Ogni tanto,
lànciagli uno sguardo. Quando giungerà la fatica, i tuoi occhi si volgeranno a
Gesù, e troverai nuova forza per proseguire nel tuo impegno». Col segreto
dell'amore e la certezza dell'approdo alla salvezza che non delude: «Perché quel
Crocifisso è più che il ritratto di una persona amata - i genitori, i figli, la
moglie, la fidanzata. - ; Egli è tutto: tuo Padre, il tuo Fratello, il tuo
Amico, e l'Amore degli amori» (p. 98s.). È il suo testamento spirituale!
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Mons.
Escrivá resterà nella storia della spiritualità cristiana accanto a S. Paolo,
l'Apostolo del Nome di Gesù e della Sua Croce, a S. Bernardino il cantore del
nome di Gesù, a S. Teresa di Gesù che ha scelto nel suo nome la trasfigurazione
in Cristo della sua anima ardente come la terra di Castiglia, nell'estatica
stigmatizzata Gemma Galgani che illumina del Nome di Gesù ogni riga delle sue
Lettere ed Estasi. Nell'opera di Mons. Escrivá, ch'è cresciuta e si espande
nella Chiesa come il granello di senape del Vangelo, si annunzia una nuova
primavera: tutto diventa una «testimonianza» della Croce di Gesù, un continuo
palpito di amore per il suo Nome. È così che, prima ancora del Vaticano II, egli
ha concepito, con impeto profetico, il posto in prima linea - accanto e con la
guida della gerarchia - dell'Apostolato dei laici come vocazione autentica alla
santità.
Per
questo lasciamo ora al lettore attento di proseguire la lettura: non soltanto
con gli occhi, ma magari con voce sommessa, facendo ogni tanto qualche piccolo
indugio con la mente e col cuore per gustare in memoria cordis la
delicatezza forte e la dolcezza eroica di questo messaggio così insolito nella
babele della pubblicistica religiosa del nostro tempo. É un messaggio, lo
ripetiamo, di alta mistica, ma d'impegno pratico alla portata di ognuno: è la
luce di un nuovo mattino che avanza verso il giorno della Chiesa del futuro. È
l'insegnamento della terza caduta di Gesù sotto la Croce: «Umiltà di Gesù.
Annichilimento di Dio - ecco la chénosi autentica come grazia di salvezza e
grazia di avere accanto il Modello - che risolleva e ci esalta». Ed ora un
bagliore di fuoco per una nuova Pentecoste di amore: «Capisci adesso perché ti
ho consigliato di mettere il tuo cuore per terra, perché gli altri camminino sul
soffice?» (p. 81). Come? Scrivendo la Passione del Signore: la solidarietà di
amore con Cristo nasce dalla partecipazione al suo dolore. Lui innocente e noi
peccatori: «Adesso capisci quanto hai fatto soffrire Gesù, e ti riempi di
dolore» (p. 83).
Un'ultima citazione ancora. Meditando la morte di Cristo sulla Croce, gli sgorga
l'invito a guardare in alto: «Trova rifugio nelle piaghe delle sue mani, dei
suoi piedi, del suo costato. E si rinnoverà la tua volontà di ricominciare, e
intraprenderai di nuovo il cammino con maggiore decisione ed efficacia». E non
teme di condannare «una falsa ascetica» - e si potrebbe anche aggiungere di una
«rappresentazione del Crocifisso» - che si incontra di frequente nelle chiese
sulla Croce torvo ribelle» (ch'è anche il «Cristo morto» di
Holbein
il giovane, tutto orrore e spavento, evocato da Dostojevski nei
Fratelli Karamazov) che minaccia gli uomini. Ed è forse la prima e unica volta
che il Nostro esce in una fiera protesta, ma è una protesta di amore: «Questi
tali non conoscono lo spirito di Cristo. Ha sofferto quanto ha potuto - e,
essendo Dio, poteva molto! - ma amava più di quanto soffrisse. E dopo la morte,
permise che una lancia aprisse un'altra piaga, perché tu ed io trovassimo
rifugio accanto al suo Cuore amabilissimo» (p. 107).
L'editore ha accompagnato il testo con la riproduzione a colori della commovente
Via Crucis del Tiepolo in S. Polo a Venezia che non ha l'uguale nell'arte
cristiana: Cristo, dal volto ancora giovanile e atteggiato a suprema dolcezza,
attira su di sé lo sguardo di amici e nemici e a tutti porge un gesto del suo
Amore. Forse non si poteva trovare un commento per gli occhi che credono più
plastico e intenso: solo la grande Crocifissione del Tintoretto alla Scuola di
S. Rocco può reggere il confronto. Ma qui la grandiosità e drammaticità della
rappresentazione la rende aggressiva, quasi da portare alla disperazione: non
c'è il Tiepolo che compone i gruppi umani attorno a Cristo, di uomini e donne,
di piccoli e grandi, di amici e nemici, in atteggiamento di pari attonita
sorpresa anche se con opposti sentimenti.
Così il
testo di Mons. Escrivá s'illumina sulle tele del Tiepolo del fascino smagliante
della vita veneziana del Settecento e questa a sua volta, e con essa il dramma
della vita dell'uomo, mostra come l'arte della fede, ch'è la fede dell'arte,
possa incontrarsi col messaggio di consolazione e d'impegno della fede di un
sacerdote santo. L'arte cristiana, quella che s'illumina della fede, come quella
del Tiepolo, arriva molto più in là della filosofia, perché guarda a Cristo con
gli occhi dell'amore e sa esprimere nella figurazione la trascendenza di una
speranza di suprema consolazione ch'è offerta ad ogni uomo, anche all'uomo di
oggi, in cammino, assordato dal fragore delle macchine e insidiato dalle
trappole della politica atea.
Un
libro, quindi, di meditazione singolare, un protrettico per l'uomo d'oggi che
esige l'ascolto essenziale dal fondo dell'anima che cerca, guardando alla Croce,
l'itinerario che porta al golfo misterioso dell'amore eterno. |
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