Per un Tomismo Essenziale 


Cornelio Fabro

    Ardua è sempre stata la vita del pensiero, ma ai nostri giorni la riflessione filosofica incontra difficoltà quasi insuperabili ed è in crisi il concetto stesso di filosofia. All’enorme esuberante sviluppo della scienza e della tecnica, che si apprestano a cambiare la figura del mondo e la struttura degli Stati, fa contrasto l’insignificanza od assenza della filosofia nella formazione del mondo contemporaneo: così l’uomo, tutto proiettato fuori di sè nell’azione, ha smarrito completamente il signi­ficato del suo io ch’è diventato un locus vacuus. Non è una crisi qual­siasi allora quella che stiamo attraversando, quale si può riscontrare ad ogni balzo in avanti della cultura e della scienza; ma si tratta della crisi essenziale del pensiero stesso che matura ormai da tre secoli, da quando soprattutto Cartesio ha voluto fare l’inizio o «cominciamento assoluto» col cogito puro cioè con la coscienza svuotata di ogni con­tenuto cioè come capacità vuota [1] . E poichè tutti gli espedienti per riempirla od attuarla si sono di volta in volta, nell’alternarsi e batta­gliarsi dei sistemi più opposti e complicati, rivelati vani, ecco che oggi la filosofia ha avuto ciò ch’essa meritava, perchè l’ha voluto: l’insignificanza, il vuoto, l’incapacità di riagganciare l’uomo al reale e di ri­portarlo all’origine del logo essenziale per cogliere lo spirito nel suo stato nascente.  

    Infatti il compito proprio e primario della filosofia, come conti­nua ad ammonire Heidegger, è di riportarsi al fondamento [2] ossia di scoprire e stabilire il logo originario, di fare quella prima affer­mazione di verità ch’è la presenza all’essere e il locus primus che possa accogliere ogni richiesta di verità. Ed è proprio in questa caduta totale della filosofia, la causa della sua completa assenza dal festino dello spirito. Eppure mai come oggi si fa più acuto e cocente il bisogno di essa ed i richiami alla sua presenza diventano più insistenti: si cercano le radici di quest’albero della scienza che si allarga sul mondo senza regola e misura, si esige una grammatica universale per uscire da que­sta babele di linguaggi senza fine e di semantiche a getto continuo. In questo variopinto moltiplicarsi di orizzonti del reale si chiede, e non si può non chiedere, secondo la severa ammonizione di Heidegger: «Cos’è l’essere dell’ente» ─ossia qual è il rapporto costitutivo fra essere e pensiero? Vale a dire, che accade dell’uomo mediante il pensiero ovvero come accade il pensiero all’uomo? che significa per l’uomo pensare? E «la cosa che più dà a pensare» (das Bedenk­lichste) [3] è che, dopo gli ultimi sviluppi del cogito, noi nella filosofia contemporanea non sappiamo più che significhi il pensare. Strana nemesi del pensiero moderno che aveva voluto partire col cogito cioè col pensare di pensare ed ora ammette, non solo di non sapere più dirci cos’è il pensare, ma ch’è un’illusione la stessa speranza di potervi riu­scire, perchè il pensare si esaurisce nell’atto puntuale senza residui. Questa è la «fine della filosofia» che abbandona l’uomo all’onda del tempo, senza scopo e senza speranza.  

    Questo discorso è tutt’altro che astratto, anzi è il più concreto che si possa pensare o immaginare. Ogni pensare particolare, come dimostrare un teorema, elaborare un progetto qualsiasi... lo è di meno, poichè la concretezza del pensare è nella sua capacità di porre qualcosa in atto per la coscienza, ovvero di «creare una situazione»: ma la prima «posizionalità» della realtà è data anzitutto nel pensiero, nella sua attualità di presenza che poi si espande nei vari pensieri e nei diversi modi di pensare. Il pensiero nel suo atto primordiale è il «situante» originario di fronte alla realtà come tale, che dà a qualsiasi pensiero specifico di potersi situare variamente nei vari orizzonti del reale: il pensiero in quel suo primo atteggiarsi e attuarsi rispetto alla realtà, lungi dall’essere un’astrazione vuota, è l’intensivo per essenza, il fon­damento per l’appunto, il prius e il cominciamento assoluto.  

    Più la filosofia restringerà il suo campo e più la sua riflessione diverrà essenziale: deve perciò andare controcorrente, non cedere a lusinghe di programmazione o di etichette contingenti ma piuttosto le converrà col risalire di china in china l’itinerario della sua caduta nell’insignificanza ritrovare il sentiero autentico dell’essere. Se vuole ancora salvarsi, la filosofia deve ricongiungersi al primo richiamo, all’essere di Parmenide come fondamento del pensiero, che la tradizione filosofica ha smarrito prima ancora di averne afferrata l’autentica esigenza. È possibile pertanto ritornare alla filosofia «come si deve»?  

    La domanda sembra oziosa e quasi irriguardosa. Dappertutto si moltiplicano cattedre di filosofia e sorgono nuove discipline filosofiche; le riviste di filosofia pullulano come funghi; i congressi di filosofia in­ternazionali, nazionali e regionali osservano con puntualità le loro scadenze... ma i filosofi cominciano ad accorgersi sempre più che il mondo non sa che fare delle loro parole e che va avanti benissimo (così si crede!) senza di loro. Dopo la trasformazione delle università moderne fatta ad opera della scienza e della tecnica, la filosofia è stata relegata (in molte nazioni) nella facoltà di lettere e si rassegna al pericolo incombente di evaporare nel discorrere infinito della rettorica o nel far la corte, senza senno e competenza, alla scienza [4] . La filosofia moderna ha preteso di espellere la teologia: ma non la filosofia, bensì la scienza ha preso le redini del mondo ed ha espulso dal tempio del sapere come inutile la filosofia. Da quando la filosofia ha rinunciato alla ricerca dell’Assoluto e si è pronunciata per la problematica del finito e dell’apparente, la scienza non è nel torto quando rivendica a se stessa, ai suoi parametri ed ai suoi metodi d’indagine, di poter oc­cuparsi del mondo dell’apparenza con assai più competenza ed effi­cacia di qualsiasi filosofia di quel genere.  

    Non si prendano queste righe per una destructio philosophiae (mo­dernae!). Non c’è affatto bisogno di una siffatta distruzione: basta rendersi conto di quanto la filosofia dell’ultimo secolo ha operato con Feuerbach, Kierkegaard, Marx, Nietzsche, Comte... fino agli epigoni del nostro tempo. Essi sono gli esistenzialisti, ossia i dialettici della libertà come atto del singolo, i comunisti cioè i dialettici della libertà come liberazione materiale ossia economica della collettività, i neopositi­visti o dialettici del valore del fatto misurabile e sperimentabile, i feno­menologi puri o dialettici del darsi del fatto apparente, i pragmatisti o dialettici dell’emergere dell’effetto utile e così via... per constatare semplicemente la morte della filosofia nella sua missione originaria cioè come fondazione autentica della libertà. Senza dubbio allora, non solo l’idealismo o l’empirismo, non solo il marxismo o l’esistenzialismo, ma tutta la filosofia moderna ha fatto fallimento. Più ancora: la filo­sofia contemporanea è consapevole di non avere a sua disposizione alcuna via di uscita, poichè il cogito è stato effettivamente dissolto nel suo fondamento di nientificazione radicale dell’essere. Una lezione questa, che dovrebbe essere decisiva per quanti si preoccupano della funzione del pensiero nella vita dell’uomo.  

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    In questa situazione non deve sorprendere nessuno che la Chiesa continui ormai da un secolo a richiamarsi al suo massimo ingegno spe­culativo s. Tommaso d’Aquino [5] , il filosofo per eccellenza dell’atto di essere al quale, prima la Scolastica decadente e poi la filosofia dell’immanenza, avevano voltato le spalle. È appena di pochi mesi, precisamente del giorno della festa del Dottore Angelico, la Lettera (in lingua inglese) del s. Padre al Maestro Generale dei Domenicani [6] , che traccia i nuovi compiti di un ardito programma per la salvezza del pensiero nella scia del tomismo autentico, attinto direttamente alla fonte senza contaminazioni e riportato insieme alle esigenze più valide del nostro tempo per la determinazione della verità.  

    Nella prima parte la lettera si occupa del proseguimento dell’edi­zione critica delle opere dell’Aquinate, la quale fu iniziata quasi un secolo fa dal Motu Proprio Placere nobis di Leone XIII (il Papa della restaurazione tomistica con l’immortale Enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879), ma che, nonostante il grande impegno posto dalla Com­missione per assecondare i desideri della Sede Apostolica e l’istituzione di due sezioni della Commissione a Parigi e a Ottawa in Canada, è rimasta ancora lontana dal compimento. Il Pontefice a questo riguardo si compiace e approva l’iniziativa del p. Maestro Generale dell’ere­zione, da parte delle tre Provincie degli Stati Uniti d’America, della «The Saint Thomas Aquinas Foundation of the Dominican Fathers of the United States» per collaborare a tale compito e benedice quanti vorranno dare il loro contributo sia dottrinale come finanziario per la completa e dispendiosa realizzazione. Ma sono da segnalare anche i nuovi compiti della nuova Fondazione tomistica menzionati dal documento pontificio per la diffusione e difesa nel mondo contempo­raneo delle ricchezze del pensiero tomistico: essi sono la versione in lingua inglese dell’edizione critica e degli scritti che la riguardano e specialmente la erezione di un Istituto «avente il compito di confron­tare il pensiero di s. Tommaso con i moderni sistemi di filosofia e le conquiste delle scienze naturali e antropologiche, a fine di trarne con­clusioni utili per la migliore soluzione dei problemi spirituali e cul­turali del nostro tempo».  

    Il contenuto nuovo ossia più stimolante per l’indagine speculativa della Lettera pontificia è quindi nel doppio richiamo al confronto del pensiero tomistico con il pensiero moderno e con la coscienza mo­derna [7] : un programma di ardimento e di severo impegno ad un tempo, che non è proprio una sfida polemica alle filosofie contempo­ranee del «decadentismo» ma un atto di rinnovata fiducia dell’uomo nella ragione, nei suoi principi e nella sua attività di fondamento rispetto alla scelta del proprio destino. Il documento pontificio pro­cede dalla convinzione che la filosofia dell’essere, quale si trova nelle opere di s. Tommaso, è l’orientamento filosofico vero per l’uomo; il problema fondamentale risulta allora di trovare il modo migliore, cri­ticamente più fondato e attualmente più consono, per acquisire, espli­citare, comunicare la piena comprensione della sua verità, così da esprimere l’attività essenziale della ragione umana non in astratto ma nel momento storico che attualmente attraversiamo. Questo compito non è da poco, come ognun vede, e pone alcune esigenze che ci sem­brano imprescindibili, sia da parte della filosofia moderna sia da parte del tomismo stesso.  

    Anzitutto, bisogna nettamente distinguere fra pensiero moderno in generale e la filosofia moderna: questa, nella sua accezione propria è legata alla dialettica rigorosa del principio d’immanenza che ha avuto per esito la morte della filosofia con l’espulsione o nientifica­zione del problema della verità. Il pensiero moderno invece esprime tutto l’ambito delle acquisizioni nelle ricerche storiche, estetiche, er­meneutiche, pedagogiche e scientifiche in ogni campo...: l’effettivo progresso ch’esse significano non è dovuto per nulla affatto al princi­pio d’immanenza, ma all’allestimento di tecniche sempre più adatte ai vari e complessi compiti dell’esperienza e quindi alla valutazione di quel mondo oggettivo e saldo che la filosofia dell’immanenza aveva sequestrato. La scienza moderna allora non è affatto e necessariamente solidale con la filosofia moderna: a differenza della scienza dei secoli passati, la scienza del mondo contemporaneo non è affatto solidale con la filosofia, con nessuna filosofia, perchè vuol essere solo scienza ovvero scoperta e conoscenza delle leggi dei fenomeni ossia del mondo nel suo molteplice e inesauribile apparire. La simbiosi stretta fra filo­sofia e scienza, proclamata spesso non solo nell’antichità e nel medio evo, ma anche nell’età moderna, non ha alcun carattere costitutivo e l’hanno mostrato non solo i deprecati giudici di Galileo ma anche le allegre condanne di rozza empiria che la filosofia dell’immanenza ha spesso lanciato agli sviluppi della scienza, la quale ha fatto perciò benissimo a sganciarsi completamente dalla filosofia [8] . Si deve rico­noscere che il logo scientifico (assunzione di nozioni come materia, energia, corpuscolo..., formulazione di leggi e ipotesi, descrizione di strutture) ha un carattere essenzialmente operativo e non determinativo o «definitivo»: la scienza fa corpo con la realtà che indaga e descrive così che essa può muoversi, nel mondo dell’esperienza, con apertura infinita.  

    Si tratta allora che fra filosofia e scienza, fra la ragione riflettente sul fondamento e la ragione operante nel mondo fisico, si può avere un rapporto di «convergenze» e non di subordinazione in senso pro­prio da nessuna delle due parti ed è ciò che precisamente afferma la distinzione tomistica dei piani intenzionali. Perciò il tomismo e il pen­siero cristiano in generale non hanno ragione di fare preclusione al­cuna per la scienza nei suoi metodi e strumenti di lavoro, che anzi vedono in essi una sempre più valida conferma di quella positività fon­damentale e ricchezza della realtà dell’esperienza che sta alla base della nozione di realtà del pensiero greco e della creazione nel senso cri­stiano e ch’è invece relegata come negatività, come mera parvenza, come non-verità, ecc... dalle filosofie dell’immanenza. Per essere espli­citi e per non essere comunque fraintesi sul punto cruciale, si tratta di questo: la filosofia moderna dell’immanenza ha fatto completo fal­limento nella diagnosi della verità, perchè è erronea nelle sue ragioni formali ed anzitutto aberrante nel suo principio ispiratore ch’è per l’appunto il principio dell’immanenza [9] . Insieme però si può e si deve riconoscere che la filosofia classica antica e medievale resta sen­z’altro, nelle sue particolari prestazioni storiche, inadeguata e insuf­ficiente per l’uomo moderno.  

    È per superare questo punto morto che la Chiesa dei nostri tempi ha fatto la «scelta» del tomismo come forma di pensiero universale. La Lettera di Paolo VI ha su questo punto una dichiarazione che contiene per la prima volta la giustificazione immanente dell’attività tomistica ─se così si può dire─ che ha caratterizzato il Supremo Ma­gistero della Chiesa nell’ultimo secolo. Non si tratta di un richiamo puramente storico, di fare un balzo all’indietro, di rifiutare il mondo moderno, ma di ritrovare il filo continuo della tradizione dello spirito per superare le fratture di una civiltà tutta pervasa da dissonanze e disagi interiori: si tratta perciò di un atto di suprema fiducia nell’unità e nel valore indistruttibile dello spirito umano. Scrive infatti il Papa: «In realtà, nelle opere dell’Aquinate si ha un compendio delle verità universali e fondamentali, espresso nella forma più chiara e persuasiva. È perciò che la sua dottrina costituisce un tesoro d’inestimabile va­lore, non soltanto per la Famiglia religiosa di cui è il più grande lu­minare; ma per la Chiesa intera e per tutte le menti avide di verità. Nè senza ragione ─prosegue il Pontefice─ egli è stato salutato homo omnium horarum. Il suo sapere filosofico, infatti, riflettendo le essenze delle cose realmente esistenti, nella loro certa e immutabile verità, non è medievale, nè proprio di un determinato popolo, ma trapassa i tempi e gli spazi, e quindi non è meno valido per tutta l’umanità ai giorni nostri». La maggior parte delle opposizioni contro il tomismo, fuori e dentro la Chiesa, hanno qui la limpida e ferma denunzia e la risposta nella forma dell’attuazione dell’auspicato «tomismo essen­ziale». Molte incomprensioni sul tomismo, vecchie e nuove, hanno qui la spiegazione: nella pregiudiziale storicistica dell’accusa di indiscriminato medievalismo e nel rancore anticlassico e perfino antilatino, ch’è senz’altro gretto e ingiustificato [10] perchè s. Tommaso partecipò direttamente, sia con i lunghi anni di permanenza fuori d’Italia a Co­lonia e soprattutto a Parigi, sia con la sua attività presso la Corte pon­tificia, al movimento spirituale di tutto il mondo nel suo tempo.  

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    È in quest’atmosfera che il «tomismo essenziale» può presentarsi con tutte le carte in regola per essere quella philosophia perennis spesso e con ragione auspicata dargli spiriti migliori di ogni tempo. A questo modo, nella riduzione all’essenziale, il tomismo potrà fare il giudizio dei sistemi ed anche di se stesso nel contingente sviluppo quale sistema e scuola storica particolare.  

    Per afferrare la gravità e insieme l’urgenza di questo compito, ci può soccorrere (ci sembra) una vigorosa pagina di Hegel sull’Essere come indagine sulla dialettica interna dei sistemi filosofici, conservataci dai discepoli. La diamo in una nostra traduzione: «I diversi gradi dell’Idea logica noi li troviamo nella storia della filosofia nella forma dei sistemi filosofici che procedono l’uno dall’altro, di cui ognuno ha per fondamento una particolare definizione dell’Assoluto. In quanto ora il dispiegamento dell’Idea logica si mostra come un progresso dal­l’astratto al concreto, così anche nella storia della filosofia i primi si­stemi sono i più astratti e quindi anche i più poveri. Ma il rapporto dei primi sistemi filosofici ai posteriori è in generale il medesimo come il rapporto dei primi ai posteriori gradi dell’Idea logica, e precisa­mente in guisa che i posteriori contengono i primi come tolti. È que­sto il vero significato della contraddizione che accade nella storia della filosofia e, così spesso frainteso, di un sistema filosofico con un altro e più esattamente del precedente col seguente. Quando si parla del con­traddire di una filosofia, allora questo va anzitutto preso solo in un senso astrattamente negativo, in guisa che la filosofia contraddetta in generale non vale più, che la medesima è messa da parte e spacciata. Se così fosse, allora lo studio della storia della filosofia dovrebbe essere considerato come un’occupazione molto malinconica, poichè questo studio insegna come tutti i sistemi filosofici comparsi nel corso dei tempi hanno trovato la loro contraddizione. Ora però è necessario, com’è ammesso, che tutte le filosofie sono state contraddette; e insieme che sia affermato che nessuna filosofia è stata contraddetta, nè che può essere contraddetta. Quest’ultimo caso ha un duplice senso, anzitutto che ogni filosofia, che merita questo nome, ha per suo contenuto l’Idea generale e poi che ogni sistema filosofico è da considerare come l’espo­sizione di un particolare grado nel processo di sviluppo dell’Idea.  

    Il contraddirsi di una filosofia ha quindi soltanto il senso che il suo limite è stato superato e che il determinato Principio della me­desima è stato abbassato ad un momento ideale. La storia della filo­sofia ha quindi da fare, secondo il suo contenuto essenziale, non col passato, ma con l’Eterno e il semplicemente presente ed è da parago­nare nel suo risultato non ad una galleria di errori dello spirito umano, ma piuttosto ad un pantheon di figure divine. Ma queste figure divine sono i diversi gradi dell’Idea così come procedono nello sviluppo dia­lettico l’uno dall’altro. Mentre ora si lascia alla storia della filosofia di mostrare più da vicino fino a che punto il dispiegamento, che nella medesima comincia, del suo contenuto s’accorda da una parte col di­spiegamento dialettico dell’Idea logica pura e dall’altra devia dalla medesima, qui c’è ora da osservare che l’inizio della Logica è il me­desimo come l’inizio della propria storia della filosofia. Noi troviamo questo cominciamento nella filosofia eleatica e più propriamente nella filosofia di Parmenide, il quale concepisce l’Assoluto come l’Essere, in quanto dice: l’Essere solo è e il Nulla non è [11] . È questo ciò che va considerato come il vero cominciamento della filosofia, poiché la filosofia è in generale il conoscere pensante, ma qui per la prima volta è tenuto fermo il pensiero ed è diventato oggettivamente se stesso.  

    Gli uomini hanno certamente pensato fin dall’inizio, poiché solo mediante il pensiero essi si distinguono dagli animali; soltanto ci sono voluti secoli prima di giungere a questo, a concepire il pensiero nella sua purezza e il medesimo insieme con l’assolutamente oggettivo. Gli Eleati sono celebrati come pensatori audaci: a quest’ammirazione astratta si associa però spesso l’osservazione che questi filosofi siano andati troppo avanti, in quanto i medesimi hanno riconosciuto l’Es­sere come il Vero, ed hanno negato la verità a tutto ciò che altrimenti forma l’oggetto della nostra conoscenza. Ora è appunto del tutto esatto che non si possa rimanere fermi al puro Essere, soltanto è privo di pensiero il considerare l’ulteriore contenuto della nostra coscienza co­me accanto e fuori dell’essere o come qualcosa che anche esso ha. Il vero rapporto è invece questo che l’Essere come tale non è qualcosa di stabile e di ultimo, ma piuttosto come qualcosa che si capovolge dialetticamente nel suo opposto, il quale, preso parimenti in modo dialettico, è il nulla. Con ciò resta pertanto che l’Essere è il primo pensiero puro e ciò, con cui del resto si può fare anche il comin­ciamento (con lo Io = Io, con l’assoluta indifferenza, o con Dio stesso), quest’ulteriore è anzitutto solo qualcosa di rappresentato, non un che di pensato e che il medesimo secondo il suo contenuto di pensiero è pertanto soltanto l’Essere» [12] .  

    Un momento prima Hegel aveva chiarito il nocciolo del suo prin­cipio esegetico ossia il suo punto di vista sul «cominciamento» del filosofare che non può essere fatto che con l’essere, con l’idea dell’es­sere, ch’è il motivo dominante di tutta la sua speculazione. Il testo forse non ha nulla di speciale, rispetto ad altri più noti e più tecnici, ma è sintomatico che i discepoli l’abbiano conservato in una forma che, a differenza del testo precedente, è ornato di tutte le punte del suo aspro e fascinoso linguaggio. Tratta infatti del momento vitale della dialettica come passaggio dall’immediato empirico, ch’è l’essere vuoto, al processo della mediazione che deve permettere il passaggio al­l’Essere intensivo ch’è l’Assoluto: «Noi non abbiamo, quando s’inco­mincia a pensare, se non il pensiero nella sua pura mancanza di determinazione, poichè alla determinazione appartiene già l’Uno e un Altro: al principio noi non abbiamo nessun Altro. Ciò che manca di determinazione, come noi l’abbiamo qui, è l’immediato, non la man­canza di determinazione mediata, non il superamento di ogni determinatezza, ma l’immediatezza della mancanza di determinazione, la mancanza di determinazione prima della determinatezza, ciò che manca di determinazione come l’assolutamente primo. Ma questo noi lo chia­miamo l’Essere (Seyn). Questo non è da sentire, non da intuire e non da rappresentare, ma è il pensiero puro e come tale fa il comincia­mento. Anche l’Essenza (Wesen) è ciò che manca di determinazione, ma il mancante di determinazione il quale come già venuto mediante la mediazione, contiene in sè la determinazione come già tolta» [13] .  

    L’essere hegeliano iniziale è detto vuoto, perchè si riferisce alla forma più bassa della coscienza ch’è la conoscenza sensibile: trattando Hegel l’essere come «atto di coscienza», in virtù del principio d’im­manenza che deriva l’essere dall’attività di coscienza, egli riduce l’essere a «essere di coscienza». Di qui la nemesi irreparabile della «morte della filosofia» nell’antropologia delle più svariate tendenze, dichia­rata subito dopo la morte di Hegel e celebrata apertamente ai no­stri giorni.  

    Nella posizione tomistica invece l’essere è il fondamento inesau­ribile dell’attività di coscienza e le tappe di sviluppo della coscienza umana, singolare e collettiva, sono le conquiste dello spirito in quanto coscienza dell’essere aperto sull’Infinito ch’è l’Essere stesso nella sua inesauribilità di atto primo, atto di ogni atto e di ogni perfezione. Si ha perciò l’impressione e la convinzione che la profonda istanza moderna hegeliana sul cominciamento assoluto della filosofia non possa essere soddisfatta che con la posizione tomistica autentica del «...quod primo intellectus intelligit est ens... in quo omnia fun­dantur» [14] .  

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    Nè di minor attualità e urgenza ─secondo la Lettera pontificia─ è il richiamo a s. Tommaso nel campo più proprio e specifico del pensiero cristiano ch’è la teologia. Dichiara infatti il Papa: «Quanto poi alla dottrina teologica che l’Angelico espone nei suoi Commenti dell’Antico e del Nuovo Testamento, dello Pseudo-Dionigi, di Boezio, di Pietro Lombardo, nelle numerose “Quaestiones Disputatae”, nei “Quodlibeta” e negli “Opuscula”, ma soprattuto nelle due “Sum­mae”, quanto più essa viene compresa nella sua mirabile sintesi, tanto più maggiormente vi si ammira la chiara distinzione e armonia tra l’ordine della natura e l’ordine della grazia, tra la ragione umana e la fede divina, che il Concilio Vaticano I esaltò e difese contro gli errori sempre rinascenti, del materialismo ateo, del panteismo, del razionalismo e del fideismo (cfr. Const. Dogm. De fide catholica, cap. 4). Il trionfo pertanto della dottrina di s. Tommaso nella Chiesa mili­tante torna a eccelsa glorificazione della stessa Sapienza di Dio...» ed a stimolo dello stesso spirito critico, come ammonisce Paolo VI richiamandosi ad una formula di Pio XII: «Aemulatio quaerenda et pro­paganda per commendationem doctrinae s. Thomae non supprimitur, sed excitatur potius ac tuto dirigitur» (Discorso agli alunni dei Se­minari di Roma, 24 giugno 1939).  

    Avviandosi alla conclusione della Lettera, il Papa taglia corto ad ogni tergiversazione o interpretazione evasiva: «Siamo dunque per­suasi che grandi benefici deriveranno alla causa della verità da una più vasta ed esatta conoscenza della dottrina del “Doctor Communis”, che la Chiesa ha fatto sua» (corsivo nostro. Si rimanda all’Enciclica di Pio XI «Studiorum Ducem» del 1923). A questo riguardo si può ricordare la ferma convinzione ed il voto espressi da Papa Giovanni XXIII, nel Motu Proprio del 7 Marzo 1963 (che precede di un anno la Lettera di Paolo VI) di erezione ad Università dell’Ateneo «An­gelicum» di Roma, per il felice esito del Concilio Ecumenico in corso al lume dei principi di s. Tommaso: «Quoniam postremo hoc persuasum est Nobis, si doctrinarum Aquinatis studia maiore cura et sol­lertia incitentur, illud futurum esse, ut quae consilia Patribus Concilii Oecumenici Vaticani II proposita sint, ea ad effectum felicius addu­cantur» [15] . Ognuno può intendere che il voto del piissimo Ponte­fice diventa oggi ancor più pressante quando il Concilio sta ormai nella terza Sessione generale per raccogliere i frutti sostanziali dei suoi complessi lavori attesi con ansiosa speranza da tutto il mondo.  

    Lo stesso Paolo VI nel recente Discorso del 12 marzo tenuto alla Pontificia Università Gregoriana, dopo aver citato la regola aurea del­l’Aquinate del primato che ha il criterio dell’autorità in materia di fede rivelata (S. Th. I, q. 1, a. 8 ad 2), esorta tutti, maestri e discepoli, all’ossequio verso il Supremo Magistero della Chiesa e continua: «Iidem praeterea vocem Ecclesiae Doctorum reverenter auscultent, inter quos Divus Aquinas praecipuum obtinet locum; Angelici enim Doctoris tanta est ingenii vis, tam sincerus veritatis amor, ac tanta sapientia in altissimis veritatibus pervestigandis, illustrandis aptissimoque unitatis nexu colligendis, ut ipsius dottrina efficacissimum sit instrumentum non solum ad fidei fondamenta in tuto collocanda, sed etiam ad sanae progressionis fructus utiliter et secure percipiendos» [16] .  

    Quest’ardente ed ininterrotta continuità di richiami ad un tomi­smo essenziale, da parte dei pontefici dell’ultimo secolo, ha un centro indivisibile, ch’è una scelta aperta e risoluta secondo la dichiarazione ripresa da Paolo VI che «... la Chiesa ha fatto sua la dottrina di s. Tom­maso». Uno scopo fermo e lucido, l’approfondimento delle posizioni teoretiche fondamentali di tale dottrina come espressione delle esigenze universali della ragione umana valide per tutti i tempi e per qualsiasi tipo di cultura e civiltà e particolarmente atte a ovviare agli errori di fondo del pensiero moderno e per rispondere alle legittime istanze della cultura moderna. Una speranza solida e fondata, quella che l’affermazione e il progresso di tale tomismo essenziale tornerà non solo di valido sostegno della fede e della genuina riflessione teologica, ma anzitutto di rivendicazione della ragione umana nella sua libertà originaria di apertura sul mondo della natura e della storia. In tale campo di arduo ma urgente e promettente lavoro ch’è affidato, nei prossimi decenni, a tutti i rappresentanti della cultura, senza distin­zione di religione o di confessioni, già da qualche decennio lavorano in buona emulazione nell’indirizzo indicato da Paolo VI studiosi pro­venienti dalle scuole più disparate. L’invito del Papa per un «tomismo essenziale» esprime il momento storico nella sua intima ansia di ve­rità per l’unificazione dello spirito umano e non potrà quindi es­sere vano.  

    Un «tomismo essenziale» secondo le precedenti indicazioni tra­scende qualsiasi sistema chiuso o «figura storica» particolare, compresa quella stessa di s. Tommaso nei punti in cui essa resta legata ai limiti della cultura del suo tempo; tanto più esso deve anche superare il li­mite storico del «sistema» della sua Scuola, qualora esso avesse qua e là sfocato il centro specifico del tomismo originario o comunque fosse un ostacolo per il cammino naturale del pensiero o nascondesse e velasse l’orizzonte infinito della libertà.  

    Un tomismo essenziale ancora deve sapere non solo inserirsi nella problematica della cultura moderna, ma soprattutto deve poter inter­pretare dall’intimo le istanze nuove di libertà: per questo esso deve dare maggior considerazione alla soggettività costitutiva nel senso nuovo ch’essa ha assunto ─ed in profondo accordo con la concezione tomistica del soggetto spirituale libero─ come caratteristica fonda­mentale della vita dello spirito, a differenza della soggettività trascen­dentale cioè negativa e negativizzante della filosofia moderna.  

    Un tomismo essenziale infine deve approfondire il «problema del cominciamento» del pensiero mediante l’apprensione originaria dello ens e avviarne con risolutezza l’itinerario speculativo all’interno della dialettica di essenza e dell’atto di esse così da mostrare di volta in volta ch’è in questa tensione che si propone e si svolge l’esigenza propria per il pensiero, nella concretezza e pienezza insieme ultima dello esse in modo che in questo riferimento ogni problema può avere il suo senso definitivo ed il proprio locus theoreticus. Tale riferimento all’esse, intravisto e descritto in pagine potenti da Fichte, Schelling e special­mente da Hegel... è oggi intensamente, seppur vagamente, auspicato da Heidegger [17] : ma qui esso non può avere alcun esito, perchè in virtù del principio d’immanenza l’essere rimanda e si fonda sul nulla e sul continuo dileguarsi dell’atto di coscienza ─mentre per s. Tom­maso l’ente rimanda all’esse ch’è l’atto di ogni atto e l’esse partecipato rimanda all’Esse per essenza ch’è Dio, Causa prima del Tutto.  

    Allora la scelta di s. Tommaso non ha carattere personale o con­fessionale, ma universale e trascendentale, perchè vuol essere l’espres­sione più vigorosa delle possibilità della ragione nei suoi compiti verso la fondazione della scienza e della fede. Non tocca qui indicare le forme concrete di attuazione di tale tomismo a cui s’impegneranno gli studiosi del prossimo futuro, come sinceramente ci auguriamo. Comunque, dev’essere saldo che l’essenzialità di cui si parla dice intensità di problematica, approfondimento di principi, chiarificazione delle differenze... anzitutto rispetto alla dialettica moderna dell’immanenza che, nel suo principio ispiratore più profondo qual’è la soggettività trascendentale, ha portato la filosofia alla morte precipitandola nel baratro dell’attivismo puro ossia del nulla; poi, anzi prima di tutto, rispetto alla Scolastica formalistica che ha preparato e provocato con la sua vuotaggine e carenza speculativa l’avvento del pensiero moderno.  

    Tale dipendenza del pensiero moderno dalla scolastica decadente è stata affermata con insistenza anche recentemente: la Scolastica del­l’età barocca è infatti in parte solidale con le scuole nominalistiche dei secoli XIV-XV di cui si cerca invano di frenare la caduta verso il formalismo e il fideismo assoluto. Non per nulla i grandi filosofi del Razionalismo da Cartesio, a Spinoza, a Leibniz, fino a Wolff e più ancora fino a Schopenhauer e allo stesso Heidegger... avevano fra le mani i tomi degli Scolastici celebrati ch’erano Toledo, Pereira, Fonseca, Suarez, i Conimbricenses...: è stato anche messo in risalto che la re­staurazione della cosiddetta «Seconda Scolastica», dovuta soprattutto agli scrittori spagnoli ora indicati, è direttamente legata all’occasiona­lismo di Arnauld, di Geulincx, Louis de la Forges, di Io. Clauberg e G. De Cordemoy. Una storiografia più vigile al senso delle differenze di fondo, non avrebbe difficoltà a mettere in rilievo che il pensiero moderno probabilmente non sarebbe esploso, od almeno non l’avrebbe fatto con quella veemenza irrefrenabile, se il campo del pensiero non fosse stato minato in antecedenza: «En fait, de 1550 à 1650, un lien étroit unit les scholastiques espagnols à ce que nous avons appelé l’esprit de la philosophie moderne». Così J. Ferrater Mora il quale indica acutamente e per contrasto il nucleo teoretico del tomismo, come soluzione del problema di struttura del finito nella distinzione di es­senza e di esse: «Sans remonter aux Grecs, rappelons que Saint Thomas d’Aquin tenta de la résoudre nettement et harmonieusement par l’affirmation d’une distinctio realis». E conclude con una saggezza che farebbe onore ad un esperto tomista: «Bien que la crainte de l’avi­cennisme entraîne certains auteurs à diminuer l’importance de cette thèse dans la philosophie de saint Thomas, il semble que l’oeuvre du “Docteur Angelique” n’est pleinement compréhensible qu’à la lumière d’une distinctio realis modérée» [18] . 

    Questo giudizio o bilancio vale soprattutto per la filosofia scola­stica nell’indirizzo eclettico che divenne predominante e si guadagnò maggiori consensi nelle scuole cattoliche fino a provocare fenomeni di erosione nella stessa scuola tomistica, che il Maestro Generale Domenicano De Boxadors ritenne necessario nel sec.XVIII richiamare l’Ordine ad una maggiore fedeltà alla dottrina del Maestro Angelico. Questo giudizio negativo non riguarda ovviamente la teologia la quale, malgrado la diversità dei sistemi, potè assurgere sia nella dogmatica dottrinale come nella mistica a momenti e progressi di indubbia grandezza che ebbe il suo monumento nell’opera e nei decreti dogma­tici del Concilio di Trento.  

    Un «tomismo essenziale» comporta quindi un giudizio attivo sul pen­siero umano e cristiano in generale e sullo stesso tomismo di fronte al pensiero moderno. Una mera «ripetizione passiva» del pensiero di s. Tommaso ci riporterebbe (ma ci porterebbe poi davvero?) al secolo XIII, mentre la storia non torna mai indietro ed incombe per ogni uomo di pensiero il dovere di inserirsi nei problemi e nelle ansie del proprio tempo, come l’Aquinate fece per il suo. Di fronte alla filosofia moderna che ha provocato e pronunciato il fallimento del pensiero come logo teoretico, dal quale era sorta tuttavia sotto la spinta del pensiero greco la scienza e la civiltà dell’Occidente, il tomismo può e deve mostrare come dalla priorità di fondamento che compete all’essere sul pensiero la ragione è sempre in grado di muoversi nel reale secondo l’apertura infinita delle sue possibilità, così da riportare al fondamento della vita dello spirito le vie inesauribili che l’uomo tenta senza posa nell’arte, nella scienza, nella tecnica, nelle discipline storiche, giuridiche, economiche, così come nelle analisi di struttura della coscienza etica, religiosa e politica. Non si tratta tanto ─almeno nel primo momento del confronto col pensiero moderno─ di un tomismo di tesi statiche e rigide che impongano un sistema, quanto di un tomismo di approfondimento di principi, dinamico e aperto sul fondo di tutte le valide acquisizioni di analisi e di metodo della scienza e della cultura moderna.  

    Nei sette secoli di distanza che ci separano dalla morte di san Tom­maso, assertore intrepido del valore del pensiero e della dignità dello spirito umano, il mondo ha cambiato parecchie volte la sua figura esteriore ed interiore ed ora è in travaglio per una trasformazione che sarà forse la più decisiva e risolutiva della sua storia. Occorre affron­tarla con un’altissima idea della dignità dell’uomo e con una ferma convinzione delle possibilità della sua mente, alla quale è stato affidato anzitutto il compito di scorgere nella natura i segni dell’Intelligenza suprema e di riconoscere nella storia i tratti del piano divino di sal­vezza per la redenzione dal male e la vittoria sulla morte.          

Pubblicato in Aquinas,VIII (1965) 9-23.



[1] È noto che si deve ad Hegel la formulazione radicale del problema dello «inizio» (Cf. Wissenschaft der Logik, I Buch: «Womit muss der Anfang der Wissen­schaft gemacht werden?»; ed. Lasson, Bd. I, 51 ss.).

[2] Cf. M. Heidegger, Was ist Metaphysik?, Einleitung: Der Rückgang in den Grund der Metaphysik, V Aufl., Frankfurt a. M. 1949, 7 ss.

[3] M. Heidegger, Was heisst Denken?, Tübingen 1954, 2: «Das Bedenklichste ist, dass wir noch nicht denken». La scienza non pensa ma soltanto «misura»: il passaggio dalla scienza alla filosofia come pensiero è un «salto» (Sprung).

[4] Su questo disagio della filosofia contemporanea, cf. C. Fabro, Ideale del dialogo o ideale della scienza, nel vol. a cura di U. Spirito e G. Calogero, Roma 1966, 324 ss.

[5] Sulle tappe e sul significato di questo ritorno, cf. il nostro discorso acca­demico: S. Tommaso e il Pensiero Moderno, Pont. Univ. Lateranense, Roma 1964.

[6] Seguo il testo inglese pubblicato dall’Osservatore Romano del 7 marzo 1964.

[7] Questo era del resto già accennato nella Aeterni Patris (Cf. il testo in: J.-J. BERTHIER, S. Thomas Aquinas, Doctor Communis Ecclesiae, Roma 1914, 193 s.).

[8] Per una messa a punto più aggiornata del complesso problema, cf. ora: P. Jordan, Der Naturwissenschaftler vor der religiösen Fragen, Oldenburg 1963, spec. 119 ss.

[9] Cf. il nostro: Dallessere allesistente, Brescia 19652. Per un’analisi delle tappe principali del principio d’immanenza, cf. ora: Introduzione allateismo moderno, Studium, Roma 19692.

[10] In questa critica si sono distinti, dopo il Frohschammer (Die Philosophie des hl. Thomas von Aquin, Leipzig 1889: è un violento attacco alla Aeterni Patris), il tedesco R. Eucken (Die Philosophie des Thomas von Aquino und die Kultur der Neuzeit, Leipzig 1886, Bad Sachsa 19102), il francese L. Rougier, (La Scolastique et le Thomisme, Paris 1925) e l’italiano G. Saitta, (Il carattere della filosofia moderna, Firenze 1934). Per un’esposizione di questi attacchi, cf. la nostra Breve introduzione al Tomismo, Roma 1960, 115 ss.

[11] Sui rapporti di Hegel a Parmenide ha indagato soprattutto Heidegger: cf. Moira, in «Vorträge und Aufsätze», Pfüllingen 1954, 233 ss.; Hegel und die Griechen, nella «Festschrift f. H. G. Gadamer, Die Gegenwart der Griechen im neue­ren Denken», Tübingen 1960, 50 s.

[12] Encyklopädie der philosophischen Wissenschaften, § 86, Zusatz 2; ed. L. von Henning, Berlin 1840, Bd. I, 166 ss.

[13] Enc. d. philos. Wiss., l. c., Zusatz 1; ed. cit., Bd. I, 166.

[14] De Ver., q. I, a. 1.

[15] A. A. S., LV (1963) 207-208.

[16] LOsservatore Romano, 14 marzo 1968.

[17] Vanno notati soprattutto gli scritti post-bellici, a partire dal Brief über Humanismus del 1947 fino al monumentale Nietzsche del 1961 (spec. Bd. II, 399 ss).

[18] J. Ferrater Mora, «Suarez et la philosophie moderne», Revue de métaph. et de morale, 1963, 66 s.